Imparare il portoghese: domande frequenti
36 domande che ci si pone davvero imparando la lingua, con risposte che stanno in piedi da sole. Dove c’è di più da dire, il collegamento viene sotto — non al posto della risposta.
Cominciare
Da dove partire, che cosa porta l’italiano, che cosa significano i livelli.
Come si comincia a imparare il portoghese?
Con quattro cose insieme, non una dopo l’altra: i due verbi che si dividono il lavoro di «essere», ser ed estar; le tre serie di desinenze del presente; le parole d’uso quotidiano; e l’abitudine di ripetere frasi intere ad alta voce. L’ultimo punto conta più di quanto sembri. Un italiano capisce presto il portoghese scritto e per questo tende a leggerlo come leggerebbe l’italiano, dando a ogni vocale il suo suono pieno. Ma il portoghese europeo quasi cancella le vocali non accentate: una parola che si è soltanto letta, all’ascolto non si riconosce.
Il portoghese è facile per un italiano?
Da leggere sì, e presto: gran parte del lessico viene dal latino come il vostro, e la grammatica ha gli stessi tempi, lo stesso congiuntivo, lo stesso accordo dell’aggettivo. Da capire a voce no, non all’inizio, e non per mancanza di talento: il portoghese europeo riduce o elimina le vocali non accentate, e la frase che si sente ha meno sillabe di quella scritta. In mezzo c’è la difficoltà vera per un italiano, che è la somiglianza stessa. Invita a tradurre parola per parola, e ne esce un portoghese comprensibile che però conserva la costruzione italiana proprio dove il portoghese ne usa un’altra.
Se so lo spagnolo, il portoghese mi viene più facile?
Per leggere sì, molto: spagnolo e portoghese condividono gran parte del lessico e della grammatica, compresa la coppia ser ed estar. Per ascoltare e parlare aiuta meno di quanto si speri. I suoni sono diversi — il portoghese ha vocali nasali e vocali ridotte che lo spagnolo non conosce —, e chi parla portoghese di solito capisce lo spagnolo parlato meglio di quanto accada al contrario. C’è anche un rischio: le due lingue sono così vicine che le parole spagnole scivolano nelle frasi portoghesi senza che ce se ne accorga.
Che cosa significano A1, A2, B1, B2, C1 e C2?
Sono i sei livelli di una scala europea d’uso corrente, comune a tutte le lingue, dalle prime frasi (A1) alla padronanza senza sforzo (C2). Qui ogni tema di grammatica è assegnato a uno di essi, e la pagina dei livelli dice che cosa si sa fare a ogni gradino. È la lettura propria di questo sito: né una classificazione ufficiale né un certificato. Un italiano salirà spesso più in fretta nella comprensione che nella produzione, ed è normale.
Quanto tempo ci vuole per arrivare al livello A2?
Non esiste un numero onesto, e chi ne dà uno come se fosse un fatto lo ha inventato: dipende da ciò che si sa già, dalla regolarità con cui si studia e da che cosa ci si aspetta dal livello. Si può dire senza tirare a indovinare che cosa chiede l’A2: le parole della vita di tutti i giorni, i due tempi principali del passato, la capacità di chiedere un’informazione e di capire la risposta. Per un italiano la lettura arriva di solito molto prima dell’ascolto, e questo scarto non deve preoccupare. Che cosa sapete già, lo mostra la pagina dei progressi — un dato su di voi, non su una media.
Come mi esercito se non ho nessuno con cui parlare?
Facendo lavorare l’orecchio e la bocca, non solo gli occhi. Tra gli esercizi del sito, quelli con l’audio fanno sentire una parola o una frase intera da scrivere — a patto che il browser disponga di una voce portoghese. Poi si ripete ad alta voce quello che si è appena sentito. Non sostituisce una conversazione; ma la prima conversazione non sarà più la prima volta che avete la lingua in bocca.
Portogallo o Brasile
La prima scelta da fare — e quanto conta davvero.
Meglio il portoghese del Portogallo o quello del Brasile?
Dipende da dove andate e con chi parlate — da nient’altro, perché non sono due lingue. Un lisbonese e un abitante di San Paolo si capiscono. Le differenze stanno nella pronuncia (il Portogallo riduce le vocali non accentate, il Brasile le pronuncia), in una serie di parole comuni (autocarro contro ônibus, comboio contro trem), nel modo di rivolgersi alle persone e in alcune costruzioni: estou a trabalhar contro estou trabalhando, chamo-me contro me chamo. Questo sito insegna ovunque il portoghese europeo e segnala i punti in cui il Brasile se ne allontana di più.
Se imparo il portoghese europeo, capirò i brasiliani?
Sì, e più facilmente che al contrario. In Brasile le vocali si pronunciano per intero, per cui le parole suonano più o meno come si scrivono — per chi le ha imparate, è la direzione più semplice. Chi ha imparato in Brasile e arriva a Lisbona fa più fatica, perché gli mancano sillabe che si aspetta di sentire. In entrambi i casi, qualche settimana di ascolto basta di solito ad abituarsi all’altra varietà.
Tu, você, o senhor: come si dà del Lei in portoghese?
In modo molto simile all’italiano, con un’insidia. Il tu è il modo normale di rivolgersi a chi si conosce bene. Per dare del Lei si usa o senhor o a senhora con il verbo alla terza persona, proprio come con «Lei»: a senhora precisa de ajuda? Spesso basta il verbo da solo, senza pronome. L’insidia è você: esiste, ma in Portogallo molti lo evitano con uno sconosciuto, perché può suonare troppo diretto, mentre in Brasile ha preso il posto del tu quasi ovunque. Per più persone, che si dia loro del tu o no, si dice vocês, come «voi».
Grammatica
I punti in cui il portoghese somiglia all’italiano e poi fa diversamente.
Quando si usa ser e quando estar?
L’italiano ha un solo «essere»; il portoghese ne ha due. In breve: ser per ciò che definisce, estar per lo stato del momento. Sou italiano, «sono italiano»; estou cansado, «sono stanco» — domani non lo sarò più. Chi parla italiano ha un aiuto: estar copre molti usi di «stare» — estou bem, «sto bene» —, ma va molto più in là, fino agli stati passeggeri che l’italiano esprime con «essere». E alcuni aggettivi cambiano senso secondo il verbo: ele é aberto, «è una persona aperta», está aberto, «è aperto» (il negozio).
Ho mangiato: comi o tenho comido?
Comi. È la trappola più costosa per un italiano, perché la forma composta sembra la copia del passato prossimo. Ma il passato prossimo si traduce in portoghese con il tempo semplice, il pretérito perfeito: ontem comi peixe, «ieri ho mangiato pesce». La forma tenho comido dice un’altra cosa: un’azione che si ripete da un po’ di tempo e continua ancora — tenho comido pouco, «in questo periodo mangio poco». Non è quindi un passato, ma un presente che guarda indietro.
Perché il portoghese usa solo ter come ausiliare?
Perché nei tempi composti l’ausiliare è sempre ter, anche dove l’italiano vuole «essere»: tinha chegado, «ero arrivato»; tinha ido, «ero andato». Di conseguenza il participio non si accorda con il soggetto: una donna dice tinha chegado esattamente come un uomo. Il verbo haver, che somiglia ad «avere», sopravvive soprattutto in há, «c’è» o «ci sono», e in hei de, che esprime un’intenzione o un futuro: hei de lá ir, «prima o poi ci andrò».
Perché si dice chamo-me e non me chamo?
Perché in Portogallo il pronome va normalmente dopo il verbo, unito da un trattino: chamo-me Ana, levanto-me cedo. L’idea non è nuova per un italiano, che attacca già il pronome all’infinito e all’imperativo — «dimmi», «vederlo» —; nuovo è che succeda anche con il verbo coniugato. Alcune parole messe prima del verbo, però, riportano il pronome davanti: la negazione, una parola interrogativa, que, e parole come já, nunca, também, alguém. Si dice quindi não me chamo Ana. Mettere il pronome sempre davanti, come in italiano, non è un errore grave: è la regola brasiliana, e vi si sentirà così.
Dopo acho que ci vuole il congiuntivo?
No, ed è qui che l’italiano porta fuori strada. Dove l’italiano dice «penso che sia vero», il portoghese usa l’indicativo: acho que é verdade. Lo stesso vale per penso que e acredito que. Il congiuntivo arriva quando la frase è negativa — não acho que seja verdade — e, come in italiano, dopo i verbi di volontà, di desiderio e di timore: quero que venhas, «voglio che tu venga»; espero que corra bem, «spero che vada bene».
Come si traduce «quando potrò» o «se domani avrai tempo»?
Con una forma che l’italiano non ha: il congiuntivo futuro. Dove l’italiano mette il futuro dopo «quando» e «se», il portoghese la usa ogni volta che l’azione è ancora da venire: quando puder, «quando potrò»; se tiveres tempo amanhã, liga-me, «se domani avrai tempo, chiamami». Nei verbi regolari somiglia all’infinito, il che la rende facile da formare e facile da non notare. È una delle forme che tradiscono più in fretta una frase pensata in italiano.
«Se avessi tempo» si dice come in italiano?
Sì, e qui l’italiano aiuta davvero: se tivesse tempo, ia, «se avessi tempo, andrei». Stesso congiuntivo imperfetto dopo se, stessa logica. L’unica sorpresa è nella seconda metà: accanto al condizionale (iria), il portoghese parlato usa molto spesso l’imperfetto (ia), anche quando si parla del presente.
Che cos’è l’infinito personale?
Un infinito che prende una desinenza per dire chi compie l’azione. É melhor saíres agora, «è meglio che tu esca adesso»; para fazermos isso, «perché lo facciamo noi», «per farlo noi». Dove l’italiano ha bisogno di una subordinata con «che» e il congiuntivo, il portoghese tiene la frase corta. All’inizio basta riconoscerlo: spiega molte frasi che altrimenti sembrerebbero refusi.
Gosto de café: perché non si dice come «mi piace»?
Perché gostar è costruito al contrario rispetto a «piacere»: chi prova il piacere è il soggetto, e ciò che piace è introdotto da de. Gosto de café, «mi piace il caffè»; gostas destas músicas?, «ti piacciono queste canzoni?». Il verbo quindi non cambia se ciò che piace è plurale, e la preposizione non si può omettere. Per chiedere con garbo, in Portogallo si usa l’imperfetto: gostava de um café, «vorrei un caffè».
Por o para? In italiano è sempre «per».
Appunto: l’italiano ha una parola, il portoghese due, e bisogna scegliere ogni volta. Para indica lo scopo e la destinazione: vou para Lisboa, isto é para ti, «questo è per te». Por indica il passaggio, la causa, lo scambio e l’agente: passei por Coimbra, «sono passato per Coimbra»; escrito por ela, «scritto da lei»; obrigado pela ajuda, «grazie per l’aiuto»; paguei dez euros por isto, «l’ho pagato dieci euro».
Le preposizioni articolate esistono anche in portoghese?
Sì, e funzionano come in italiano: do come «del», no come «nel», ao come «al», pelo per por più l’articolo. Anche l’articolo davanti al possessivo è lo stesso: o meu carro, «la mia macchina». La differenza è che il portoghese fonde molto di più: la preposizione si unisce anche ai dimostrativi e all’articolo indeterminativo — deste, «di questo»; naquela, «in quella»; num, «in un».
Lessico
Quali parole prima, quali somiglianze ingannano, e che genere hanno.
Quante parole portoghesi bisogna conoscere?
Non c’è una soglia onesta che valga per tutti, perché dipende da che cosa si vuole leggere o dire. Di sicuro l’ordine conta più della quantità: le parole più frequenti portano il grosso di qualsiasi frase, e sono quasi tutte parole discrete — de, que, ficar, coisa. Un italiano, poi, riconosce gran parte del lessico colto senza averlo studiato. Il lavoro vero riguarda le parole comuni, che sono spesso quelle che si allontanano di più dall’italiano.
Quali parole portoghesi sembrano italiane e significano altro?
Le più insidiose sono quelle di tutti i giorni. O burro è l’asino; il burro si chiama manteiga. A pasta è una cartella o una borsa da lavoro; la pasta da mangiare è massa. Guardar vuol dire «mettere via, conservare»; «guardare» si dice olhar. Atender è «rispondere» al telefono o «servire» un cliente, non «attendere», che si dice esperar. A cena è la scena, o presunto il prosciutto crudo, a tasca un’osteria, e esquisito non vuol dire «squisito» ma «strano». Sono più pericolose delle parole sconosciute, perché non viene in mente di controllarle.
Come faccio a sapere se un nome portoghese è maschile o femminile?
Dalla desinenza, come in italiano: -o di solito maschile, -a femminile. La trappola è riprendere il genere italiano, che non sempre coincide: a árvore e «l’albero», a ponte e «il ponte», a flor e «il fiore», a dor e «il dolore», a cor e «il colore». Un’intera serie si rovescia: le parole in -agem sono femminili, mentre quelle in «-aggio» sono maschili — a viagem, a mensagem, a paisagem. Conviene imparare ogni nome con il suo articolo: è l’unico modo per non tirare a indovinare.
Come si forma il plurale in portoghese?
Aggiungendo una -s, non cambiando la vocale finale come in italiano: o livro, os livros; a casa, as casas. Le sorprese stanno in alcune terminazioni. I nomi in -l fanno -is: animal, animais. E i nomi in -ão hanno tre plurali possibili, che si imparano con la parola: limões, pães, mãos.
Che cosa vuol dire ficar?
Più cose, ed è uno dei verbi più utili della lingua proprio perché l’italiano non ha un equivalente unico. Fico em casa, «resto a casa»; ficou contente, «è stata contenta» nel senso di «lo è diventata»; onde fica a estação?, «dove si trova la stazione?»; essa camisola fica-te bem, «quel maglione ti sta bene». Il filo comune è uno stato in cui si entra o in cui si rimane. Meglio impararlo in queste frasi fatte che cercargli una traduzione.
Pronuncia
Perché il portoghese europeo suona così lontano da come si scrive, e i suoni che l’italiano non ha.
Perché il portoghese del Portogallo suona così diverso da come si scrive?
Perché le sue vocali non accentate si indeboliscono o scompaiono, mentre l’italiano le pronuncia tutte. In telefone le prime due e quasi non si sentono, e l’ultima nemmeno. La o finale si pronuncia «u»: livro. E la s a fine sillaba suona come «sc» in «scena»: as portas suona più o meno «asc portasc». Davanti a vocale diventa invece una «s» sonora, come in «rosa» detto al Nord: os amigos. Non è trascuratezza, è la norma — e chi la conosce ritrova le parole.
Che cosa sono le vocali nasali?
Vocali in cui l’aria passa anche dal naso, e che l’italiano non ha. Nel portoghese sono dappertutto: sim, um, bom, e i dittonghi di pão, mãe, põe, bem. La tilde ne segnala una parte; le altre si riconoscono dalla m o dalla n che segue la vocale. Ed è proprio lì la trappola per un italiano: in bom o in sim quella consonante non si pronuncia come tale, serve solo a nasalizzare la vocale. Chi la fa sentire, come farebbe in italiano, viene capito, ma suona subito straniero.
Qual è la differenza tra avô e avó?
Un solo suono, e decide di chi state parlando: avô, con la o chiusa, è il nonno; avó, con la o aperta, la nonna. L’italiano standard conosce la stessa opposizione — «pèsca» e «pésca», «bótte» e «bòtte» —, anche se molti parlanti non la fanno. Qui l’accento scritto aiuta: il circonflesso indica la vocale chiusa, l’acuto quella aperta. Ma la maggior parte delle parole non lo porta, e il timbro si impara con la parola.
Come si pronunciano lh, nh, ch e j?
Le prime due sono amiche: lh è il «gli» di «figlio» — filho, trabalho —, e nh il «gn» di «bagno» — vinho, senhora. Ch invece non è mai «k»: è il «sc» di «scena», come in chave. La j, e la g davanti a e e i, hanno un suono che l’italiano standard non ha, quello della j francese di «jour»: janela, gente. E la ç è semplicemente una «s» sorda: praça.
La r e le doppie si pronunciano come in italiano?
Non del tutto, e l’abitudine italiana qui inganna due volte. La r semplice tra vocali è un colpo di lingua come nell’italiano «caro»: fin qui nessun problema. Ma la rr e la r a inizio di parola, nella norma di Lisbona, si pronunciano in fondo alla gola, come la r francese; la vibrante italiana si sente ancora in alcune regioni, ma non è il modello. Quanto alle doppie, il portoghese non ne pronuncia nessuna: rr e ss sono solo modi di scrivere un suono. Passo ha una s breve, e allungarla come in italiano è il segno più sicuro di un accento italiano.
A che cosa servono gli accenti scritti?
Più o meno come in italiano, ma più spesso. L’accento scritto indica la sillaba tonica quando non cade dove la regola la metterebbe, e non solo sull’ultima sillaba: café, ma anche música e fácil. Nello stesso tempo dice il timbro: l’acuto segna una vocale aperta, il circonflesso una vocale chiusa (avó, avô). La tilde indica una nasale, e l’accento grave serve solo per una contrazione: à, cioè a più a.
Questo sito
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Niente, a oggi: nessuna registrazione, nessun account, nessuna pubblicità e nessun contenuto riservato a chi paga. Tutto quello che c’è qui è per tutti. La pagina dedicata ai prezzi spiega come il sito potrebbe un giorno finanziarsi, prima che la questione si ponga.
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Sono scritti per questo sito. Le liste di parole, le frasi di esempio, le spiegazioni e gli esercizi non vengono da nessuna lista di frequenza, da nessuna raccolta di frasi e da nessun manuale. Non è modestia ma una necessità giuridica: una raccolta è protetta in quanto raccolta, anche quando le singole parole non appartengono a nessuno.
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Per contare le pagine viste, un identificativo che cambia ogni giorno, e nessun cookie. Chi ha attivato «Do Not Track» o «Global Privacy Control» non viene contato affatto. Che cosa si misura esattamente e per quanto tempo lo si conserva è scritto nell’informativa sulla privacy — per intero, non per estratti.
Questo sito prepara a un esame di portoghese?
No. Serve a imparare e a verificare quello che si sa, ma non segue il programma di nessun esame ufficiale e non rilascia certificati. Chi ha bisogno di un diploma si iscrive presso l’ente che lo rilascia; quello che si pratica qui aiuta a saper fare, non a dimostrarlo.