Da leggere se ti va: niente da studiare
Il portoghese: un breve ritratto
Da dove viene il portoghese, come è arrivato dal Brasile a Timor Est, com’è la sua scrittura e che cosa sorprende chi parla italiano.
- Famiglia
- indoeuropea, lingue romanze, gruppo iberico
- Scrittura
- alfabeto latino, 26 lettere, con accenti, tilde e cediglia
- Lingua ufficiale in
- Portogallo, Brasile, Angola, Mozambico, Capo Verde, Guinea-Bissau, São Tomé e Príncipe, Timor Est, Guinea Equatoriale; anche a Macao
- Madrelingua
- oltre 200 milioni
- Paese con più parlanti
- il Brasile, con la grande maggioranza
- Parente più stretto
- il galiziano, nel nord-ovest della Spagna
- Regole ortografiche
- un accordo comune ai paesi di lingua portoghese, firmato nel 1990
Da dove viene
Il portoghese è una lingua romanza, nata dal latino parlato nel nord-ovest della penisola iberica. Nel Medioevo lì si parlava una lingua sola, il galego-portoghese; quando il Portogallo diventò un regno indipendente, nel XII secolo, e si allargò verso sud, la lingua del nuovo regno prese una strada propria. Il galiziano, che si parla ancora in Galizia, in Spagna, è rimasto il suo parente più stretto.
Come lo spagnolo, il portoghese visse per secoli accanto all’arabo e ne ha ricevuto molte parole, spesso con l’articolo arabo «al» incollato davanti, a volte nascosto: azeiteolioalfacelattugaarrozriso
La storia, in breve
Nel XIII secolo il galego-portoghese era la lingua della poesia lirica in tutta la penisola: perfino il re di Castiglia Alfonso X scrisse in questa lingua le sue Cantigas de Santa Maria. Sotto il re Dinis, fra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento, il portoghese prese il posto del latino negli atti della corte.
Dal Quattrocento i navigatori portoghesi aprirono le rotte verso l’Africa, l’India e l’Estremo Oriente, e nel 1500 Pedro Álvares Cabral arrivò sulle coste del Brasile. Il portoghese divenne la lingua di un impero sparso su più continenti, e per un periodo fu la lingua dei commerci in molti porti dell’Africa e dell’Asia.
Nel 1572 Luís de Camões pubblicò Os Lusíadas, il poema che racconta il viaggio di Vasco da Gama verso l’India ed è considerato l’opera nazionale del Portogallo. Nel 1822 il Brasile divenne indipendente, e da allora le due varianti principali si sono sviluppate ciascuna a modo suo.
Dove si parla oggi
Il portoghese è lingua ufficiale in Portogallo e in Brasile, in cinque paesi africani (Angola, Mozambico, Capo Verde, Guinea-Bissau, São Tomé e Príncipe), a Timor Est e in Guinea Equatoriale, e accanto al cinese a Macao. La grande maggioranza dei parlanti vive in Brasile, che ha molti più abitanti del Portogallo.
Fra Portogallo e Brasile le differenze più evidenti sono nella pronuncia. In Portogallo le vocali non accentate si riducono moltissimo o spariscono, e una frase sembra fatta quasi solo di consonanti; in Brasile le vocali restano piene e aperte. In gran parte del Brasile, inoltre, la t e la d davanti al suono «i» diventano quasi «ci» e «gi»: leite, «latte», suona più o meno «léici».
Cambiano anche la grammatica e il lessico. In Brasile per rivolgersi a un amico si usa quasi sempre você, mentre in Portogallo fra amici è normale dare del tu; in Portogallo si dice estou a fazer, in Brasile estou fazendo, «sto facendo». Il treno è comboio in Portogallo e trem in Brasile, l’autobus autocarro o ônibus, il cellulare telemóvel o celular.
Come si scrive
Il portoghese usa l’alfabeto latino con diversi accenti (á, â, é, ê, ó, ô e altri), la cediglia (ç) e la tilde (ã, õ), che segna le vocali nasali. La tilde nasce, come quella della ñ spagnola, da un’abbreviazione dei copisti medievali: era il segno di una n o di una m omessa dopo la vocale.
Due grafie vengono, secondo la spiegazione più diffusa, dalla scrittura dei trovatori provenzali, che i copisti portoghesi presero a modello: nh e lh, che corrispondono al «gn» e al «gli» italiani, come in vinho, «vino», e filho, «figlio».
Per secoli Portogallo e Brasile hanno scritto in modo un po’ diverso. L’accordo ortografico firmato nel 1990 e applicato negli anni successivi ha avvicinato le due grafie: in Portogallo, per esempio, sono cadute molte consonanti che non si pronunciavano, e acção è diventato ação, come già si scriveva in Brasile. Alcune differenze restano, perché rispecchiano una pronuncia diversa.
Parole in prestito
Dal tupi, la lingua più diffusa sulla costa del Brasile all’arrivo dei portoghesi, il portoghese ha preso moltissimi nomi di piante, animali e luoghi: abacaxi (ananas), jacaré (caimano), mandioca, e anche piranha, passata poi a molte altre lingue.
Il portoghese ha dato parole anche a lingue lontanissime. In giapponese il pane si chiama ancora «pan», da pão; l’inglese «marmalade» viene da marmelada, che in origine era una confettura di mele cotogne, marmelo. Dalla stessa parola viene anche la nostra «marmellata», e «cocco» viene dal portoghese coco.
Dall’italiano il portoghese ha preso, fra le altre, parole della musica e dell’arte, e il saluto più brasiliano che ci sia: tchau, che viene dal nostro «ciao».
Che cosa sorprende chi parla italiano
Scritto, il portoghese si capisce abbastanza bene; parlato, molto meno, soprattutto quello europeo. Le vocali nasali (pão, mãe, bom) e le vocali che spariscono in mezzo e in fondo alle parole sono la difficoltà più grande, e conviene ascoltare molto fin dall’inizio.
I falsi amici sono tanti e a volte divertenti. Alcuni dei più comuni: esquisitostrano e non squisitopresuntoprosciuttosalsaprezzemolo
Due verbi «essere», come in spagnolo (ser ed estar), e un verbo che sembra fare di tutto: ficar, che può voler dire «restare», «diventare», «trovarsi» e molto altro. E una forma che l’italiano non ha: l’infinito personale, che prende le desinenze del soggetto, come in para nós sairmos, «perché noi usciamo».
Infine il ringraziamento cambia con chi parla: un uomo dice obrigado, una donna obrigada, perché la parola significa letteralmente «obbligato», «obbligata».