Imparare il francese: domande frequenti
30 domande che ci si pone davvero imparando la lingua, con risposte che stanno in piedi da sole. Dove c’è di più da dire, il collegamento viene sotto — non al posto della risposta.
Cominciare
Da dove partire, quanto ci vuole, che cosa significano i livelli.
Come si comincia a imparare il francese?
Con quattro cose insieme, non una dopo l’altra: i due ausiliari être e avoir, le desinenze del presente, le prime parole d’uso quotidiano e l’abitudine di ripetere frasi intere ad alta voce. L’ultimo punto conta più di quanto sembri. Un italiano capisce presto il francese scritto, perché molte parole si riconoscono al primo sguardo, e proprio per questo rischia di leggerlo come leggerebbe l’italiano, pronunciando ogni lettera. Chi impara solo leggendo si costruisce una pronuncia che poi dovrà smontare.
Il francese è difficile per un italiano?
Sembra più facile di quanto sia, e saperlo fa già parte della risposta. La grammatica è in gran parte familiare: gli stessi generi, gli stessi tempi, due ausiliari, un congiuntivo, e perfino due pronomi, y ed en, che corrispondono quasi esattamente a «ci» e «ne». La difficoltà vera è altrove. Nella pronuncia, con vocali che l’italiano non ha e lettere che non si pronunciano; nell’ascolto, perché il francese parlato lega le parole tra loro; e nella somiglianza stessa, che spinge a mettere una regola italiana dove il francese ne ha un’altra.
Che cosa significano A1, A2, B1, B2, C1 e C2?
Sono i sei livelli di una scala europea, dalle prime frasi (A1) alla padronanza senza sforzo (C2). Le sigle sono di libero uso; le descrizioni ufficiali di ciascun livello sono protette dal diritto d’autore e questo sito, di proposito, non le riproduce. Qui trovi invece una suddivisione propria della materia, con un criterio dichiarato: la domanda non è quanto sia difficile una parola, ma da quando non si va avanti senza.
Quanto tempo ci vuole per imparare il francese?
Un numero onesto di ore non esiste, e chi lo dà come un fatto se l’è inventato: dipende da che cosa si sa già, da quanto spesso si pratica e da che cosa si vuole fare con la lingua. Due cose si possono dire. Un italiano parte avvantaggiato nella lettura, perché gran parte del lessico ha la stessa origine latina. E l’ascolto resta a lungo indietro rispetto alla lettura: è normale, non il segno che qualcosa non va, e si recupera ascoltando, non leggendo di più.
Grammatica
I punti in cui il francese somiglia all’italiano e poi fa diversamente.
Quando si usa être e quando avoir nel passé composé?
Come in italiano ci sono due ausiliari, ma la lista con être è molto più corta di quella con «essere». Être va con un gruppo chiuso di verbi di movimento e di cambiamento di stato — je suis allé, elle est venue, il est né — e con tutti i verbi riflessivi, esattamente come in italiano. Tutto il resto prende avoir, anche dove l’italiano dice «essere»: «sono stato» è j’ai été, «mi è piaciuto» è ça m’a plu, «sono riuscito» è j’ai réussi, «è costato» è ça a coûté. Con être il participio si accorda col soggetto, come in italiano: elle est partie.
Passé composé o imparfait: come scelgo?
Qui l’italiano aiuta davvero: la divisione corrisponde quasi del tutto a quella tra passato prossimo e imperfetto. L’imparfait descrive lo sfondo, l’abitudine, ciò che era in corso; il passé composé mette dentro gli avvenimenti. Il pleuvait et je suis sorti è «pioveva e sono uscito», tempo per tempo. Dove non aiuta: chi in italiano usa il passato remoto anche parlando deve sapere che il passé simple francese vive quasi solo nello scritto. Per raccontare a voce si usa il passé composé, anche per fatti lontani.
Dopo «penso che» ci vuole il congiuntivo anche in francese?
No, ed è l’errore più tipico di chi parla italiano. Je pense que, je crois que e j’espère que vogliono l’indicativo: je pense qu’il vient per «penso che venga», j’espère qu’il viendra per «spero che venga». Il subjonctif arriva quando l’opinione è negata o messa in dubbio — je ne pense pas qu’il vienne — e dopo le espressioni di volontà, timore e necessità, dove anche l’italiano lo chiede: je veux que tu viennes, il faut que je parte, bien qu’il soit tard.
Come si dice «se avessi tempo» in francese?
Si j’avais le temps: dopo si ipotetico il francese mette l’imperfetto dell’indicativo, non il congiuntivo. La frase principale va al condizionale, come in italiano: si j’avais le temps, je viendrais. Due regole bastano. Dopo si non va mai il condizionale; e nel passato, dove l’italiano dice «se l’avessi saputo», il francese usa il trapassato dell’indicativo: si je l’avais su.
Perché in francese devo sempre dire je, tu, il?
Perché le desinenze, in gran parte, non si sentono. Parle, parles e parlent si pronunciano allo stesso modo, e senza il pronome non si capirebbe chi parla. L’italiano può dire «parlo» perché la desinenza porta la persona; in francese la porta il pronome, che quindi non si omette. Vale anche dove l’italiano non ha soggetto affatto: «piove» è il pleut, «bisogna» è il faut, «c’è» è il y a.
Quando si usano du, de la e des?
Molto più spesso che in italiano. Il partitivo esiste anche da noi — «vorrei del pane» — ma è facoltativo, e «mangio pane» va benissimo. In francese no: davanti a una quantità indeterminata l’articolo è obbligatorio. Je mange du pain, je bois de l’eau, il y a des problèmes. Dopo una negazione diventa semplicemente de: je ne mange pas de pain.
y ed en corrispondono a «ci» e «ne»?
Quasi del tutto, ed è uno dei pochi punti in cui l’italiano dà un vantaggio vero. J’y vais è «ci vado», j’y pense è «ci penso», j’en veux è «ne voglio», j’en ai trois è «ne ho tre». Le differenze sono piccole ma frequenti. In italiano si può rispondere «sì, vado»; in francese y non si lascia cadere: oui, j’y vais. E davanti a irai e irais sparisce: si dice j’irai, non j’y irai.
Come funziona la negazione ne … pas?
Il francese nega con due pezzi intorno al verbo: je ne sais pas, dove l’italiano dice solo «non so». Il secondo pezzo cambia con il senso, e qui l’italiano torna utile, perché conosce la doppia negazione: je ne mange jamais come «non mangio mai», je ne vois rien come «non vedo niente», je ne connais personne come «non conosco nessuno». In questi casi pas non c’è. Nel parlato il ne cade spesso — je sais pas —, ma per iscritto resta.
Come faccio a sapere se un nome francese è maschile o femminile?
Il più delle volte il genere è lo stesso della parola italiana corrispondente, e questo è l’aiuto maggiore. Le trappole sono poche ma molto frequenti. I nomi astratti in -eur sono femminili, mentre i loro corrispondenti in «-ore» sono maschili: la couleur, la valeur, la chaleur — con eccezioni come le bonheur. E alcune parole di tutti i giorni cambiano genere: la fleur, la mer, la dent, ma l’été è maschile. Un nome si impara con il suo articolo, non senza.
L’aggettivo va prima o dopo il nome?
Di regola dopo, come in italiano: une voiture rouge, un livre intéressant. Prima va un piccolo gruppo di aggettivi brevi e frequentissimi — grand, petit, bon, mauvais, jeune, vieux, beau, nouveau. E il cambio di senso secondo la posizione funziona come da noi: un grand homme è «un grand’uomo», un homme grand «un uomo alto»; un pauvre homme è «un pover’uomo», un homme pauvre «un uomo povero».
Che cos’è il pronome on?
Un soggetto indefinito con il verbo alla terza persona singolare, molto vicino al «si» impersonale: ici, on mange bien è «qui si mangia bene». Nel parlato fa anche un altro lavoro, e lo fa di continuo: sostituisce nous. On y va ? vuol dire «andiamo?», e nous, on part demain «noi partiamo domani». Chi dice sempre nous è corretto, ma suona come un testo scritto.
Tu o vous? Come si dà del Lei in francese?
Con vous e il verbo alla seconda persona plurale: vous êtes, vous avez. È il punto in cui l’italiano porta fuori strada, perché il «Lei» usa la terza persona singolare: rivolgersi a qualcuno con elle o con il non è una forma di cortesia, significa parlare di un’altra persona. Vous serve anche come plurale normale, per più persone che si danno del tu.
Come si dice «sto mangiando» in francese?
Esiste je suis en train de manger, ma si usa meno di «sto mangiando»: serve quando si vuole sottolineare che si è nel mezzo di qualcosa. Nella maggior parte dei casi il francese usa il presente semplice. Alla domanda qu’est-ce que tu fais ? si risponde di solito je lis o je travaille.
Pronuncia
Perché si scrive quello che non si dice, e i suoni che l’italiano non ha.
Perché il francese non si legge come si scrive?
Perché la grafia si è fermata secoli fa, mentre la pronuncia è andata avanti. L’italiano si legge quasi come si scrive, e l’abitudine di pronunciare ogni lettera è il primo ostacolo. In fondo alla parola la maggior parte delle consonanti tace — petit, grand, temps, vous —, e fanno spesso eccezione c, r, f e l. Non è un dettaglio: il femminile si forma aggiungendo una e che non si sente, ma che fa sentire la consonante prima. In petit la t tace, in petite si sente.
Che cos’è la liaison?
La ricomparsa di una consonante finale muta quando la parola dopo comincia per vocale. Les da solo finisce in vocale; in les enfants la s si pronuncia come una z e si lega alla parola seguente. A volte distingue due parole: ils ont («hanno», con il suono z) e ils sont («sono», con il suono s). Dopo un articolo o un pronome è obbligatoria, in altri punti è vietata, per esempio dopo et. È anche il motivo per cui il francese parlato sembra una sola parola lunghissima.
A che cosa servono gli accenti francesi?
Non a segnare la sillaba tonica, come in «città»: in francese l’accento cade sempre sull’ultima sillaba pronunciata della parola o del gruppo. Gli accenti grafici indicano altro. É è chiusa ed è aperta, la stessa convenzione di «perché» ed «è». L’accento circonflesso ricorda spesso una s scomparsa, e qui l’italiano aiuta a riconoscerla: fête è «festa», forêt «foresta», hôpital «ospedale», île «isola». Altri accenti distinguono solo due parole, come ou e où.
Come si pronunciano u e ou?
Ou è la u italiana: tout, vous, rouge. La u scritta da sola è un suono che l’italiano standard non ha: si dice una i tenendo le labbra arrotondate come per una u. Chi conosce un dialetto lombardo o piemontese lo ha già. La differenza distingue parole: tu e tout, rue e roue, dessus e dessous.
Come si pronuncia la r francese?
In fondo alla bocca, vicino alla gola, e non con la punta della lingua come la r italiana. La punta resta ferma dietro i denti di sotto; il suono nasce dove la parte posteriore della lingua si avvicina al palato molle, senza vibrare a lungo. Chi ha la cosiddetta erre moscia spesso ci è già vicino. La r arrotata italiana si capisce, ma segnala subito da dove viene chi parla.
Che cosa sono le vocali nasali?
Quattro vocali che passano anche dal naso e distinguono parole: an, on, in e un. L’italiano non ne ha, e chi parla italiano tende a dire una vocale seguita da una n vera. Ma in bon la n non si pronuncia: colora soltanto la vocale, e la lingua non tocca il palato. La prova è semplice: se la punta della lingua arriva ai denti, non era una nasale. Quando dopo viene una vocale o una seconda n, la nasale sparisce: bon contro bonne.
Lessico
Quali parole prima, e quali somiglianze ingannano.
Quante parole francesi mi servono?
Un numero preciso non esiste, e l’ordine conta più della quantità: le parole più frequenti coprono la maggior parte di qualsiasi testo comune, quelle rare quasi niente. Per un italiano c’è un vantaggio in più: molte parole si riconoscono senza averle studiate. Proprio per questo conviene dedicare il tempo alle parole di tutti i giorni che non somigliano all’italiano, come vite, déjà, aujourd’hui o chercher.
Quali parole francesi sembrano italiane e significano altro?
Fermer vuol dire chiudere, non fermare. La gare è la stazione, non una gara. Le magasin è il negozio, non il magazzino. La tasse è la tazza, non una tassa. Salir vuol dire sporcare, non salire. La cantine è la mensa, non la cantina. E la rumeur è una voce che circola, non un rumore. Queste parole sono più pericolose di quelle sconosciute, perché non viene in mente di controllarle.
L’italiano mi aiuta o mi confonde?
Tutte e due le cose. Aiuta moltissimo nella lettura e in molte espressioni che si costruiscono allo stesso modo: avoir faim, avoir raison, avoir froid, faire attention. Confonde dove la costruzione cambia senza avvisare, e il caso tipico è «fare»: «fare una domanda» è poser une question, «fare una foto» è prendre une photo, «fare colazione» è prendre le petit-déjeuner. Una frase francese che suona perfettamente italiana merita un secondo sguardo.
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