Imparare l’inglese: domande frequenti
34 domande che ci si pone davvero imparando la lingua, con risposte che stanno in piedi da sole. Dove c’è di più da dire, il collegamento viene sotto — non al posto della risposta.
Cominciare
Da dove partire, quanto ci vuole, quale inglese imparare e che cosa vogliono dire i livelli.
Come si comincia a studiare l’inglese?
Con tre cose insieme, non una dopo l’altra: il presente e il passato dei verbi di tutti i giorni, le prime parole che servono di continuo e l’abitudine di dire frasi intere ad alta voce. L’ultima conta in inglese più che in altre lingue, perché la grafia inglese non dice con sicurezza come suona una parola: chi è abituato all’italiano, dove si legge quasi sempre come si scrive, e studia solo sulla pagina si costruisce una pronuncia che poi deve smontare. E chi impara prima tutta la grammatica e poi il lessico passa mesi senza niente da dire; chi impara solo parole finisce per recitare elenchi.
Che cosa vogliono dire A1, A2, B1, B2, C1 e C2?
Sono i gradini di una scala europea, dalle prime frasi (A1) alla padronanza senza sforzo (C2). Le sigle si possono usare liberamente; le descrizioni ufficiali di ogni livello sono protette dal diritto d’autore, e questo sito di proposito non le riporta. Qui c’è invece una classificazione propria del materiale, con un criterio dichiarato: non conta quanto una parola sia difficile, ma da quando non se ne può più fare a meno. grandmother è lunga e sta in A1, perché una nonna ce l’hanno tutti; to entail è corta e sta in cima, perché si può andare avanti per anni senza.
Quanto tempo ci vuole per imparare l’inglese?
Una cifra onesta in ore non esiste, e il sito che ne presenta una come un dato di fatto se l’è inventata: dipende da quello che si sa già, da quanto ci si esercita e da che cosa si vuole fare con la lingua. Due cose però si possono dire. Chi parla italiano parte avvantaggiato nella lettura, perché gran parte del lessico colto inglese viene dal latino o dal francese — important, necessary, possible, information — e si riconosce al primo colpo. E ciò che costa di più è quasi sempre l’ascolto: capire l’inglese parlato resta a lungo indietro rispetto al leggerlo, ed è normale, non un segno che qualcosa non va.
L’inglese è difficile per un italiano?
Nella grammatica, meno di quanto sembri: il verbo quasi non si coniuga (I work, you work, we work), l’aggettivo non cambia e il sostantivo non ha genere, quindi sparisce buona parte di ciò che rende faticoso l’italiano per uno straniero. La difficoltà sta altrove. Nella pronuncia, che distingue molte più vocali dell’italiano e non si ricava dalla scrittura; nei tempi verbali, che somigliano a quelli italiani senza coincidere; nelle preposizioni, che vanno imparate insieme alla parola che reggono; e nei phrasal verbs. Saperlo fin dall’inizio evita di misurare i progressi solo sulla grammatica.
Inglese britannico o americano?
Prima uno dei due, con coerenza; quale, conta poco — mescolati suonano strani. Le differenze di grammatica sono poche e precise; quelle di lessico sono di più e si incontrano ogni giorno: flat e apartment, lift e elevator, petrol e gas. Cambia anche la grafia di alcune famiglie di parole: colour e color, centre e center. Questo sito scrive in inglese britannico e indica la forma americana dove è diversa.
Grammatica
I punti in cui l’inglese mette più spesso in difficoltà chi parla italiano.
Quando si usa il Simple Past e quando il Present Perfect?
Il Simple Past quando conta il momento e quel momento è chiuso: I saw her yesterday. Il Present Perfect quando il risultato arriva fino a ora o il periodo è ancora aperto: I have seen her. Il passato prossimo italiano qui inganna, perché si usa anche con un tempo concluso: «l’ho vista ieri» è italiano perfetto, I have seen her yesterday è inglese sbagliato. La domanda affidabile non è quindi «che tempo userei in italiano?», ma un’altra: c’è, o potrebbe esserci, un’indicazione di tempo già finita — yesterday, last week, in 2019? Allora Simple Past.
since o for? E come si dice «abito qui da tre anni»?
since indica il punto di partenza, for la durata: since 2019, ma for three years. In italiano le due idee stanno tutte e due in «da» («dal 2019», «da tre anni»), e per di più il verbo resta al presente: «abito qui da tre anni». L’inglese quel presente non lo accetta: ciò che è cominciato nel passato e dura ancora va al Present Perfect, I have lived here for three years. I live here since three years è l’errore tipico, e contiene due sbagli insieme: il tempo e la preposizione.
Quando si dice will e quando going to?
going to quando la decisione è già presa o qualcosa si vede arrivare: Look at those clouds — it’s going to rain. will quando si decide nel momento in cui si parla, e nelle offerte e nelle promesse: I’ll help you with that. È proprio qui che l’italiano svia, perché per offrirsi usa il presente — «ci penso io», «ti chiamo domani» — e in inglese il presente non serve a questo: si dice I’ll do it e I’ll call you tomorrow. Per un programma già fissato, invece, l’inglese usa il Present Progressive: «domani parto» è I’m leaving tomorrow.
Quando ci vuole -ing e quando to dopo un altro verbo?
Dipende dal verbo che sta davanti, e una regola che funzioni sempre non c’è: è un elenco. enjoy, avoid, finish, suggest vogliono -ing; want, decide, hope, promise vogliono to. L’italiano spinge verso l’infinito, perché è la forma che mette dopo un altro verbo — «evito di guidare» — e da lì nasce I avoid to drive, che è sbagliato: I avoid driving. Lo stesso dopo una preposizione: «prima di uscire» è before leaving, «senza dire niente» è without saying anything. Alcuni verbi accettano le due forme e cambiano senso, e lì l’italiano aiuta: I stopped smoking è «ho smesso di fumare», I stopped to smoke «mi sono fermato a fumare».
Come si costruiscono le frasi con if?
Ci sono tre tipi di base e un caso particolare. Il tipo 1 parla di qualcosa di possibile (If it rains, we’ll stay in), il tipo 2 di qualcosa di poco probabile o immaginato (If I had more time, I would come), il tipo 3 di qualcosa a cui non si può più rimediare (If I had known, I would have called). La trappola più frequente è nel tipo 1: l’italiano mette volentieri il futuro dopo «se» e dopo «quando» — «se domani pioverà», «quando arriverai» — mentre l’inglese lì vuole il presente: if it rains, when you arrive. Nei tipi 2 e 3, dove l’italiano usa il congiuntivo («se avessi», «se l’avessi saputo»), l’inglese usa un semplice passato, e would compare solo nell’altra metà della frase.
make o do? In italiano sono tutti e due «fare».
Ed è proprio per questo che confondono. A grandi linee: make quando qualcosa viene creato (a decision, a mistake, a cake) e do quando qualcosa viene svolto (homework, the shopping, the washing-up). La regola non arriva fino in fondo, e da lì in poi serve solo imparare le coppie: è un’abitudine della lingua, non una logica. E spesso «fare» non si traduce con nessuno dei due: «fare una foto» è take a photo, «fare una domanda» è ask a question, «fare colazione» è have breakfast e «fare una passeggiata» è go for a walk.
Perché in inglese ci vuole sempre il soggetto?
Perché il verbo inglese non ha quasi desinenze: I work, you work, we work, they work. In italiano «lavoriamo» dice già chi lavora; in inglese, senza il pronome, non si capisce. Per questo il soggetto è obbligatorio anche quando non c’è nessuno di cui parlare: «piove» è it’s raining, «è tardi» è it’s late e «c’è un problema» è there’s a problem. Is late, da solo, è uno degli errori che tradiscono subito chi parla italiano.
A che cosa serve il do nelle domande?
In italiano una domanda può essere la stessa frase con un’altra intonazione: «Abiti qui?». In inglese non basta: serve un verbo ausiliare davanti al soggetto. Se la frase ne ha già uno (is, can, have, will), lo si sposta avanti: Can you swim? Se non ce l’ha, entra do, does o did, che non vuol dire niente e porta solo il tempo e la persona: Do you live here? Does she work on Saturdays? Did they call? Lo stesso nella negazione: I don’t know, mai I no know.
Quando l’inglese vuole l’articolo e quando no?
In alcuni punti l’inglese fa esattamente il contrario dell’italiano. Quando si parla di qualcosa in generale, l’italiano mette l’articolo e l’inglese no: «la vita è breve» è life is short, «mi piacciono i cani» è I like dogs. Davanti al possessivo l’articolo sparisce: «la mia macchina» è my car. Anche con «scorso» e «prossimo»: «l’anno scorso» è last year. Con le professioni, invece, succede il contrario: l’italiano può farne a meno e l’inglese lo pretende, «sono infermiera» è I’m a nurse.
Perché si dice information e non informations?
Perché in inglese information non si conta: non ha plurale e non prende an. Lo stesso vale per advice, news, furniture e luggage, che in italiano sono tutti plurali o numerabili — «le informazioni», «dei consigli», «le notizie», «i mobili», «i bagagli». Si dice quindi some information, a piece of advice, the news is good. Il caso inverso esiste anche: «i capelli» sono plurali, hair no — her hair is long; «la gente» è singolare, people vuole il plurale — people are.
Serve davvero la forma in -ing per dire che cosa sto facendo?
Sì, ed è una delle differenze più sottovalutate. L’italiano ha «sto facendo», ma può farne a meno: «che fai?» va benissimo per chiedere che cosa sta succedendo adesso. In inglese no: per ciò che è in corso ci vuole il Present Progressive, What are you doing? Il presente semplice, What do you do?, chiede un’altra cosa: che lavoro fai. Allo stesso modo «piove» detto guardando fuori è it’s raining, mentre it rains descrive un’abitudine, per esempio il clima di un posto.
Perché l’aggettivo va davanti e non cambia mai?
Perché in inglese l’aggettivo si mette prima del sostantivo e non si accorda con niente: né genere né numero. «Una macchina rossa» è a red car, «due macchine rosse» two red cars; reds cars non esiste. Quando gli aggettivi sono più d’uno, seguono inoltre un ordine piuttosto fisso — il giudizio viene prima dell’età e del colore: a beautiful old house, non an old beautiful house. L’italiano, che mette quasi sempre l’aggettivo dopo il nome, qui non dà appigli: l’ordine si impara con gli esempi.
Lessico e pronuncia
Quali parole vengono prima, come ricordarle e come dirle.
Quante parole inglesi servono?
Nessuna cifra è onesta, perché dipende da che cosa si vuole fare e da che cosa vuol dire sapere una parola. Due cose contano più del totale. Una parola che si trova quando si parla vale più di tante che si riconoscono solo leggendo; per questo conviene esercitarsi dall’italiano all’inglese, non rileggere elenchi. E quello che chi parla italiano riconosce senza fatica è soprattutto il lessico colto: to obtain, to continue, to discover. Nella conversazione di tutti i giorni si dice to get, to go on e to find out, che non somigliano a niente dell’italiano — ed è da queste che conviene partire.
Quali parole inglesi si imparano per prime?
Non le più interessanti, ma quelle che compaiono in una frase su due: i verbi be, have, do, go, get, make, le parole piccole but, still, already, enough, i numeri e le ore. Passano inosservate e reggono mezza frase. Gli elenchi per argomento, come gli animali, vengono dopo, per quanto sembrino belli all’inizio.
Conviene imparare il lessico per argomenti?
Sì, una volta che si hanno le parole di cui ha bisogno qualunque frase. Gli argomenti aiutano in due modi: le parole di una stessa situazione si ricordano meglio insieme — spoon, fork, knife — e permettono di prepararsi a qualcosa di preciso prima che succeda: una visita dal medico, un appartamento da vedere, un colloquio di lavoro. Sviano solo all’inizio, quando un elenco di animali sembra più utile delle parole che tengono in piedi una frase.
Come si ricordano le parole per sempre?
Ripassandole a intervalli sempre più lunghi, e facendosele chiedere invece di rileggerle. Chi ripassa un elenco riconosce le parole; chi se le sente chiedere deve tirarle fuori dalla memoria, ed è proprio questo il processo che serve quando si parla. Per questo il sito le distribuisce in caselle: ciò che si sa già torna dopo qualche settimana, ciò che non va torna il giorno dopo.
Che cosa sono i falsi amici dell’inglese?
Parole che sembrano italiane e vogliono dire un’altra cosa. actually è «in realtà», non «attualmente» (che è currently); library è «biblioteca», e la libreria si dice bookshop; sensible è «ragionevole», non «sensibile» (che è sensitive); parents sono i genitori, i parenti sono relatives; argument è una discussione o un litigio, non un argomento (che è topic). Il più costoso compare nelle email di lavoro: eventually vuol dire «alla fine», non «eventualmente».
Come si indovina il significato di una parola inglese sconosciuta?
Spesso dalla terminazione, e con l’italiano a favore, perché diverse terminazioni si corrispondono quasi una a una: -tion è «-zione» (nation, situation), -ity è «-tà» (possibility, university), -ly è «-mente» (quickly, finally) e -ous è «-oso» (famous, curious). Anche senza sapere che cosa significa il resto, la terminazione dice se la parola è un sostantivo, un avverbio o un aggettivo, e questo mette già in ordine la frase. Bisogna solo diffidare dei falsi amici: la forma coincide, il significato non sempre.
Perché l’inglese non si pronuncia come si scrive?
Perché la sua grafia si è fissata in gran parte prima che la pronuncia finisse di cambiare, e non è mai stata riformata a fondo. Per questo le stesse lettere suonano diverse da una parola all’altra — though, through e tough — e due parole scritte in modo diverso possono suonare uguali, come right e write. Per chi viene dall’italiano, dove quello che è scritto si legge quasi sempre in un solo modo, la conseguenza pratica è chiara: ogni parola nuova si impara con il suo suono, ascoltata, e non si ricava dalle lettere.
Come si esercita la pronuncia inglese?
Non con suoni isolati, ma con coppie di parole che si distinguono per un suono solo: ship e sheep, full e fool, cat e cut. L’inglese ha molte più vocali dell’italiano, quindi ciò che all’inizio sembra uguale sono in realtà due suoni diversi, e finché non si sente la differenza non la si può produrre. Alcune abitudini dell’italiano si notano molto e si correggono presto: aggiungere una vocale dopo la consonante finale (big e stop finiscono sulla consonante); lasciare muta la h, che in inglese si sente e distingue hungry da angry; pronunciare il th come una t (think, non «tink»); e allungare le doppie, che in inglese si scrivono ma non si pronunciano più lunghe (dinner, coffee).
Che cosa sono i phrasal verbs e perché sono così difficili?
Sono verbi uniti a una particella breve — up, out, off, on — che insieme vogliono dire qualcosa che non si ricava dai pezzi: give up è «arrendersi» o «smettere», look after è «prendersi cura di», turn down è «rifiutare» o «abbassare» (il volume). L’italiano conosce qualcosa di simile — «andare via», «tirare fuori», «mettere giù» — ma ne usa molti meno, e dove l’inglese unisce due parole semplici di solito ha un verbo suo. Nella conversazione quotidiana l’inglese preferisce quasi sempre il phrasal verb: find out piuttosto che discover, go on piuttosto che continue. Si imparano come parole nuove, ciascuno con la sua frase di esempio.
I verbi irregolari vanno imparati a memoria?
Sì, ma il compito è più piccolo che in italiano: un verbo irregolare inglese ha tre forme e basta — go, went, gone — non una coniugazione intera come «andare, vado, andai, andato». Il guaio è che nessuna regola dice quali lo sono né come cambiano: sing, sang, sung, ma bring, brought, brought. Molti dei verbi più frequenti sono irregolari, quindi conviene cominciare da quelli, ad alta voce e con le tre forme di seguito.
Come si evita di sembrare una traduzione?
Imparando in blocco le frasi che in inglese si usano davvero, invece di costruirle parola per parola partendo dall’italiano. Dove l’italiano «ha», l’inglese spesso «è»: «ho fame» è I’m hungry, «ho freddo» è I’m cold, «ho ragione» è I’m right e «ho vent’anni» è I’m twenty. «Fa caldo» è it’s hot, e «per me è uguale» di solito è I don’t mind. Nessuna si ricava dalle sue parti, e non serve: imparata una volta come frase, è lì quando serve.
Questo sito
Quanto costa, che cosa conserva e che cosa non è.
Si può cominciare qui da zero?
Sì. La grammatica parte dall’ordine di base della frase, dal verbo to be e dal presente; tutte le spiegazioni sono in italiano e ogni argomento dice a quale livello appartiene. Così si può restare in A1 finché ci si sente sicuri e passare al livello successivo quando è il momento.
Questo sito è gratuito?
Sì, del tutto. Non c’è un account, né una registrazione, né un accesso a pagamento; tutte le spiegazioni, gli elenchi di parole e gli esercizi sono aperti. Che cosa potrebbe un giorno diventare a pagamento e che cosa resterà comunque gratuito è spiegato apertamente in una pagina apposita.
Questo sito conserva i miei dati?
I progressi — gli esercizi svolti, le caselle del ripasso, le parole salvate — restano nella memoria del browser e non lasciano il dispositivo. Non ci sono cookie né account. Che cosa registra il server e che cosa no lo spiega l’informativa sulla privacy, scritta in modo che si possa verificare.
Da dove vengono i contenuti di questo sito?
Ogni spiegazione, ogni frase di esempio, ogni elenco di parole e ogni esercizio è stato scritto apposta per questo sito. Non c’è niente di copiato da un libro di testo, una grammatica, un dizionario o un altro sito di lingue — nemmeno un elenco di frequenza, perché la scelta e l’ordine di un elenco sono protetti anche quando le singole parole non lo sono.
Si può studiare qui senza connessione a internet?
Sì. Ciò che si è aperto una volta resta sul dispositivo, e nella pagina degli esercizi c’è un pulsante che scarica in anticipo il sito intero; da lì in poi tutto funziona senza rete, compresi gli esercizi e i progressi. Vengono salvati solo file di questo sito, niente che riguardi chi lo usa.
Questo sito prepara a un esame di certificazione?
No, e non è modestia ma un dato di fatto: non segue il programma pubblicato di nessun esame e non è riconosciuto da nessun ente certificatore. Spiega e interroga. Chi ha bisogno di un certificato lo ottiene presso un ente certificatore; ciò che si esercita qui aiuta, ma non lo sostituisce.