Vai al contenuto
EveryLingua Tutte le lingueDizionario
IT

Imparare il giapponese: domande frequenti

36 domande che ci si pone davvero imparando la lingua, con risposte che stanno in piedi da sole. Dove c’è di più da dire, il collegamento viene sotto — non al posto della risposta.

Cominciare

Da dove partire, quanto ci vuole, quale giapponese imparare e che cosa vogliono dire i livelli.

Come si comincia a studiare il giapponese?

Con tre cose che si sovrappongono invece di seguirsi. Prima l’hiragana, perché scrive tutti i suoni della lingua e tutta la sua grammatica; subito dopo il katakana. Insieme a loro, fin dalla prima settimana, frasi intere nello stile cortese — 私(わたし)はマルコです。イタリアから来(き)ました。 — che il furigana ti lascia leggere prima ancora di conoscere un kanji. E con le frasi le prime parole e le particelle は, を, に e で, che fanno il lavoro che in italiano fanno le preposizioni e l’ordine delle parole. Chi studia solo le scritture non ha niente da dire; chi le salta non riesce a leggere niente.

La grammatica, livello per livello

Che cosa vogliono dire N5, N4 e N3 su questo sito?

Sono i gradini di una scala che chi studia giapponese usa spesso per descrivere il proprio livello, da N5, il primo, a N1, il più alto; questa versione del sito arriva a N3. Il sito non ha alcun legame con chi organizza o corregge esami. Per questi gradini non esistono elenchi ufficiali di parole, kanji o grammatica, quindi la posizione di una parola o di un tema è un giudizio di questo sito, con un criterio dichiarato: non quanto una cosa sembri difficile, ma da quando non se ne può più fare a meno. 冷蔵庫(れいぞうこ), frigorifero, ha tre kanji e sta in N5, perché ogni cucina ne ha uno. Solo come orientamento, N3 corrisponde all’incirca al livello B1 della scala europea nella lettura e nell’ascolto; un’equivalenza ufficiale tra le due scale non c’è.

I livelli del sito

Perché questa versione si ferma a N3?

Perché N3 è il punto in cui il giapponese smette di essere una lingua di sopravvivenza: si racconta che cosa è successo, si spiega perché, si dà un consiglio, si legge un avviso o un messaggio senza aiuto per ogni riga. È il traguardo per cui questa coppia è stata costruita, e vale di più coprirlo bene che arrivare più in alto con spiegazioni scritte in fretta. Quello che viene dopo — molti più composti di kanji, stili scritti, giornali — è materiale che il sito potrà aggiungere più avanti.

Che cosa copre ogni livello

Il giapponese è difficile per chi parla italiano?

È lungo più che difficile, e la lunghezza sta in punti precisi. La pronuncia è uno dei pochi regali: cinque vocali quasi uguali alle tue, sillabe aperte, doppie che conosci già. La grammatica è più regolare di quella italiana: due soli verbi davvero irregolari, する e 来(く)る, e nessuna desinenza per persona o numero — niente «io vado, tu vai, loro vanno». Ciò che richiede tempo è quello che dall’italiano non si può prendere in prestito: quasi nessuna parola in comune, l’ordine della frase rovesciato, una scrittura che si impara carattere per carattere e i livelli di cortesia. Niente è fuori portata; è solo una lingua in cui non si va avanti per somiglianza.

I gruppi di verbi e i due irregolari

Quanto tempo ci vuole per imparare il giapponese?

Una cifra onesta in ore non esiste: dipende da quello che sai già, da quanto ti eserciti e da che cosa intendi con «averlo imparato». Tre cose però si possono dire. Le prime settimane vanno alle scritture, quindi l’inizio sembra più lento che con lo spagnolo o il francese — ed è tempo ben speso, perché da lì in poi le frasi si leggono invece di indovinarle. Parlare e capire di solito corrono davanti alla lettura, perché i kanji continuano ad arrivare parola per parola per molto tempo. E poco ogni giorno funziona meglio di tanto ogni tanto, soprattutto con i kanji, che svaniscono in fretta se non li rivedi. Misura i progressi da quello che sai fare — ordinare in un ristorante, capire un annuncio in stazione — e non dal calendario.

Il percorso di studio

Quale giapponese conviene imparare — e i dialetti?

Il giapponese standard, basato sulla parlata di Tokyo: è quello dei telegiornali, dei libri e di tutti i documenti, e lo capiscono in tutto il paese. Le parlate regionali cambiano parecchio — parole, desinenze dei verbi, intonazione — un po’ come i dialetti in Italia, e la più nota è quella del Kansai, la zona di Osaka e Kyoto, con ほんま per «davvero», あかん per «non va» e めっちゃ per «molto». Con gli sconosciuti chi viene da una regione di solito si avvicina allo standard, e da uno straniero nessuno si aspetta il dialetto. Impara lo standard e prendi le parole locali del posto in cui vivi.

Kana e kanji

Le tre scritture, le letture sopra i kanji e come si scrive il giapponese su una tastiera.

Meglio cominciare dall’hiragana o dai kanji?

Dall’hiragana, poi il katakana, e solo dopo i kanji in modo mirato. L’hiragana scrive tutti i suoni del giapponese e tutta la sua grammatica — particelle, desinenze, le piccole parole di ogni giorno — e appena lo leggi ogni frase di questo sito è aperta, con il furigana a fare il resto. Il katakana viene subito dopo, perché scrive le parole prese in prestito che trovi su ogni menu e ogni cartello. Sono due lavori brevi e chiusi. I kanji sono l’opposto: arrivano e continuano ad arrivare, e si imparano meglio dentro le parole che studi comunque, non come un elenco a parte. 駅(えき), stazione, vale la pena impararla subito con il suo kanji, perché la vedrai su ogni binario.

L’hiragana, il sillabario di base

I kanji bisogna proprio impararli?

Per parlare no, per leggere sì. C’è chi conversa in giapponese senza saperne leggere una riga, perché i kanji sono un modo di scrivere la lingua, non una parte della sua grammatica. Ma il giapponese adulto si scrive con loro, e i soli kana non sono una vera alternativa: non ci sono spazi tra le parole, quindi una frase tutta in hiragana diventa un’unica striscia, e molte parole suonano uguali — 科学(かがく), scienza, e 化学(かがく), chimica, si distinguono solo sulla carta. Il modo per gestirli è impararli dentro le parole, riconoscerli prima di provare a scriverli e lasciarti portare dal furigana finché non ti serve più.

I kanji e le loro letture

Perché un kanji ha più letture?

Perché il giapponese ha preso i caratteri dalla Cina senza buttare via le proprie parole. Ogni kanji ha quindi di solito una lettura giapponese, detta kun, che usa da solo o con una desinenza in hiragana — 山(やま), montagna — e una o più letture di origine cinese, dette on, che usa nei composti — 富士山(ふじさん), il monte Fuji. È un po’ come se in italiano «occhio» e «ocul-» di «oculista» si scrivessero con lo stesso segno. Non imparare le letture a memoria come un elenco: imparale nelle parole, e dopo un po’ indovinerai da te la lettura di un composto nuovo.

Letture on e kun

Che cos’è il furigana, e come lo tolgo?

Il furigana sono i piccoli kana scritti sopra un kanji per dire come si legge. I libri per bambini lo usano dappertutto, i testi normali solo per i caratteri rari e i nomi insoliti. Su questo sito ogni kanji di ogni frase giapponese lo porta, così niente deve aspettare che tu conosca i caratteri. Per toglierlo premi il pulsante «Furigana» in cima alla pagina; premilo di nuovo per rimetterlo. Il browser ricorda la scelta su questo dispositivo, quindi resta uguale da una pagina all’altra. Un’abitudine utile: leggi la frase prima senza furigana e accendilo solo per controllare. Leggere un kanji da soli è ciò che lo fissa; sbirciare la risposta ogni volta no.

Come si leggono i kanji

A che cosa serve il katakana?

Soprattutto alle parole prese da altre lingue — コーヒー, caffè, パン, pane, アルバイト, lavoretto — ai nomi stranieri, compreso il tuo, e poi ai versi, ai nomi scientifici di piante e animali e a tutto ciò che si vuole far risaltare, come il corsivo o il maiuscolo in italiano. Ha gli stessi suoni dell’hiragana con forme più spigolose, più un trattino ー che allunga la vocale. Imparalo presto: è la scrittura dei menu, delle insegne e dei prodotti, e un nome italiano come Giulia diventa ジュリア.

Il katakana, il sillabario angoloso

Si può imparare il giapponese con il rōmaji?

Solo per i primi giorni e per scrivere sulla tastiera. Il rōmaji, cioè il giapponese in lettere latine, è comodo per spiegare un suono, e questo sito lo scrive sotto le parole per aiutarti a pronunciarle. Come modo di leggere però non porta lontano: il giapponese non si scrive così, i sistemi non sono d’accordo tra loro (tsu o tu, ō oppure ou), e per chi parla italiano c’è una trappola in più — leggi chi come «chi» di «chiave», mentre in giapponese suona «ci» di «cibo». L’hiragana non costa molto di più, e dal momento in cui lo leggi il rōmaji ti rallenta soltanto.

L’hiragana, il sillabario di base

Come si scrive in giapponese su computer e telefono?

Con un sistema di inserimento, che ogni computer e telefono di oggi ha già: aggiungi il giapponese tra le tastiere nelle impostazioni. Poi scrivi i suoni in lettere latine, il sistema li trasforma in hiragana mentre scrivi, la barra spaziatrice propone le grafie in kanji e Invio conferma. Scrivendo nihongo esce にほんご, e la barra lo trasforma in 日本語(にほんご). Alcuni tasti conviene saperli subito: nn per ん davanti a una vocale, la consonante doppia per la piccola っ (kitte dà きって, proprio come pronunceresti «fatto»), wo per la particella を e il trattino per il segno di lunghezza ー. C’è un effetto collaterale utile: i kanji giusti compaiono solo se hai scritto la parola esatta, quindi la tastiera controlla in silenzio se sai che おばあさん, nonna, ha una vocale lunga e おばさん, zia, no.

La lunghezza che cambia il significato

Senza spazi, come capisco dove finisce una parola?

Soprattutto dal cambio di scrittura. I kanji portano le parole piene e l’hiragana la grammatica intorno, quindi in 私(わたし)は毎朝(まいあさ)駅(えき)まで歩(ある)きます l’occhio riconosce le parole piene dalla forma, e le particelle は e まで segnano le giunture. Il katakana risalta allo stesso modo. È un motivo in più per cui i kanji aiutano invece di ostacolare, ed è per questo che i libri per bambini piccoli, scritti quasi solo in kana, mettono gli spazi che il testo per adulti non usa. La virgola giapponese 、 cade dove chi legge farebbe una pausa, non dove la metterebbe la grammatica italiana.

Punteggiatura e impaginazione

Devo saper scrivere i kanji a mano?

Dipende da che cosa ti serve, ed è una decisione che puoi rimandare. Molta scrittura quotidiana in Giappone passa da una tastiera o da un telefono, e si può leggere, scrivere e vivere con il solo riconoscimento. Scrivere a mano però fa due cose: ti costringe a guardare abbastanza da vicino da distinguere caratteri simili — 待(ま)つ e 持(も)つ, 右(みぎ) e 石(いし) — e a molti aiuta a ricordare. Se scrivi, impara l’ordine dei tratti fin dall’inizio: non è una formalità, è ciò che rende la grafia leggibile e che permette alla ricerca a mano libera di trovare un carattere che non sai digitare.

I kanji: come sono fatti e come si leggono

Grammatica

I punti in cui il giapponese spiazza più spesso chi parla italiano — cortesia compresa.

Perché il verbo va alla fine della frase?

Perché in giapponese chi regge sta dopo ciò che regge, sempre: il verbo dopo l’oggetto, la particella dopo il nome, la frase relativa prima del nome che descrive. パンを食(た)べます è «pane-oggetto mangio». Il resto della frase si può spostare abbastanza liberamente, perché sono le particelle a dire chi fa che cosa, non la posizione — un po’ come le desinenze del latino. Il verbo invece resta in fondo, e con lui la negazione, il tempo e la cortesia: in giapponese sai se la risposta è sì o no solo all’ultima sillaba, quindi ascolta fino in fondo.

La particella dell’oggetto

Che differenza c’è tra は e が?

は annuncia di che cosa si parla — «quanto a…» — e quello che viene dopo è la novità. が segna il soggetto quando la novità è proprio il soggetto. 田中(たなか)さんは先生(せんせい)です parla di Tanaka e dice che cosa fa; 田中(たなか)さんが先生(せんせい)です risponde a «chi è l’insegnante?» — è Tanaka, non un altro. L’italiano fa una cosa simile con l’ordine e l’accento: «Tanaka fa l’insegnante» contro «l’insegnante è Tanaka». Per partire bastano tre punti: le parole interrogative prendono が e mai は; dentro una frase relativa il soggetto prende が; e con verbi come 好(す)き e わかる la cosa piaciuta o capita prende が.

La particella del tema e quella del soggetto

Devo parlare in modo cortese o semplice?

All’inizio cortese, con です e ます, con tutti. È lo stile che si usa con chi non conosci, con i colleghi e nei negozi, e da uno straniero nessuno lo trova freddo. Lo stile semplice — 行(い)く invece di 行(い)きます — è per gli amici, la famiglia e chi è più giovane, più o meno come il «tu» rispetto al «lei», con una differenza: in giapponese non sta nel pronome ma nella fine del verbo, e cambia ogni frase. Passa allo stile semplice quando l’altra persona lo fa con te. E impara comunque le due forme insieme, perché quella semplice serve dentro tante costruzioni anche quando si parla in modo cortese.

Lo stile semplice e lo stile cortese

Che cos’è il keigo, e mi serve?

Il keigo è il linguaggio onorifico: verbi e forme speciali che alzano l’altra persona o abbassano te stessa e la tua parte. いらっしゃいます al posto di います per un cliente, 参(まい)ります al posto di 行(い)きます per te davanti a un cliente. Per parlare con le persone di tutti i giorni non serve presto: lo stile con です e ます basta a lungo. Ma ti serve presto capirlo, perché è quello che sentirai nei negozi, in stazione e al telefono. Questo sito lo introduce a N4 e N3 nelle forme che si incontrano davvero.

Il linguaggio onorifico

Perché il giapponese lascia fuori «io» e «tu»?

Per lo stesso motivo per cui l’italiano dice «vado» e non «io vado»: quello che è chiaro dal contesto non si ripete. Su questo punto chi parla italiano è già a metà strada. Il giapponese va però più in là, perché il verbo non ha desinenze di persona: 行(い)きます può essere «vado», «vai» o «andiamo», e lo decide la situazione. E rivolgersi a qualcuno con あなた, «tu», suona spesso troppo diretto: si usa il nome con さん, anche parlando con quella persona. Il soggetto si dice quando serve davvero — per contrasto, all’inizio di un discorso, per evitare un equivoco.

Dire che cosa è una cosa

Il giapponese ha plurale, articoli e futuro?

No, no, e non come forma a sé. 本(ほん) è «libro», «il libro», «un libro» e «libri»; quale delle quattro lo dice il contesto, o un numero con il suo contatore. Non c’è niente che corrisponda a «il» o «un», e la differenza tra nota e nuova la fanno は e が. Il verbo ha una forma per il passato e una per tutto il resto: 行(い)きます vuol dire «vado» e anche «andrò», e il futuro lo segnano parole come 明日(あした), domani. Per chi parla italiano, abituato a concordare articoli, nomi e aggettivi in genere e numero, è un sollievo più che una difficoltà.

Il presente cortese

Che cos’è la forma in -te, e perché è dappertutto?

È la forma del verbo che finisce in て o で — 食(た)べて, 飲(の)んで — e da sola non ha un tempo: lega. Collega due azioni («mangio e poi esco»), chiede qualcosa con ください («mangia, per favore»), dice ciò che è in corso con いる, chiede o dà un permesso con もいい, e regge decine di altre costruzioni. Per questo conviene impararla bene e presto: è il punto in cui si incontrano più famiglie di verbi, e quasi tutto ciò che viene dopo N5 la presuppone.

Come si forma la forma in -te

Perché ci sono quattro modi di dire «se»?

Perché il giapponese separa cose che l’italiano mette tutte sotto «se». と dice ciò che segue sempre, come una legge: premi qui e si apre. ば mette l’accento sulla condizione: basta che… たら è il più largo, va bene quasi sempre e vuol dire anche «quando» o «una volta che». なら riprende ciò che ha detto l’altro: «se è così, allora…». Per partire, たら ti porta quasi ovunque; le differenze tra gli altri tre arrivano con la pratica.

Scegliere la condizionale

Che cosa fanno ね e よ in fondo alla frase?

Dicono come la frase arriva all’altra persona, non che cosa dice. ね cerca accordo — «vero?», «eh?»: 暑(あつ)いですね, fa caldo, eh? よ porta un’informazione che l’altro non ha: 雨(あめ)ですよ, guarda che piove. L’italiano fa lo stesso con «eh», «guarda che» o con l’intonazione. Usarle bene rende il giapponese vivo; esagerare con よ può suonare insistente, come chi dice «guarda che» a ogni frase.

Le particelle in fondo alla frase

Perché ci sono verbi diversi per dare e ricevere?

Perché in giapponese il verbo dice anche in che direzione va il favore rispetto a te. あげる è dare dalla tua parte verso gli altri; くれる è dare dagli altri verso di te o la tua famiglia; もらう è ricevere, visto da chi riceve. In italiano «mi ha dato» e «gli ho dato» usano lo stesso verbo; qui no. E gli stessi tre verbi, attaccati alla forma in -te, dicono chi ha fatto un favore a chi: 教(おし)えてくれました è «me l’ha spiegato», con dentro un grazie.

I verbi del dare e del ricevere

Perché ci sono parole diverse per contare le cose?

Perché in giapponese un numero non si mette quasi mai da solo davanti a un nome: ci vuole un contatore, che cambia con la forma della cosa. 本(ほん) per gli oggetti lunghi e sottili, 枚(まい) per quelli piatti, 匹(ひき) per gli animali piccoli, 人(にん) per le persone. L’italiano ne ha qualche traccia — «due fette di pane», «tre capi di bestiame» — il giapponese ne fa un sistema. Per cominciare ne bastano pochi, più la serie ひとつ、ふたつ、みっつ, che va bene per quasi tutte le cose quando non sai il contatore giusto.

Numeri, contatori, ore e date

Parole e suoni

Quali parole vengono prima, che fare con quelle prese in prestito e come pronunciarle.

Quali parole giapponesi conviene imparare per prime?

Quelle senza cui non passa un giorno: saluti e formule fisse, le persone, i numeri e l’ora, il cibo e le bevande, i luoghi della città, i verbi di ogni giorno. Le liste di questo sito sono ordinate per tema e per livello proprio così, e ogni parola ha una frase di esempio. Impara le parole insieme a un verbo o a una particella — 電車(でんしゃ)に乗(の)る, salire sul treno — e non da sole: in giapponese è spesso la particella a cambiare rispetto all’italiano.

Le liste di parole

Quanti kanji servono?

Per la vita di ogni giorno ne circolano un paio di migliaia, ma la domanda giusta non è quanti, è quali e in quali parole. Un kanji imparato da solo, con un elenco di letture, si dimentica in fretta; uno incontrato in tre parole che usi resta. Fino a N3 questo sito ti presenta i kanji dentro il lessico del livello, e il furigana copre tutto il resto, così puoi leggere senza aspettare di saperli tutti.

Le liste di parole

Posso usare parole straniere scritte in katakana?

A volte sì, ma non contarci. Molte parole in katakana vengono dall’inglese, poche dall’italiano, e spesso hanno cambiato significato per strada. マンション non è una villa ma un condominio, バイキング non è un vichingo ma un buffet a volontà, e anche le parole italiane prendono strade proprie: パスタ sì, ma アルバイト viene dal tedesco e vuol dire lavoretto. E la pronuncia cambia tanto che la parola di partenza spesso non si riconosce più. Imparale come parole giapponesi, con il loro significato giapponese.

Parole prese in prestito che vogliono dire altro

La pronuncia giapponese è difficile?

Per chi parla italiano è la parte più facile. Le cinque vocali sono quasi le tue, le sillabe finiscono quasi sempre in vocale, e le doppie — きって contro きて — si pronunciano come in «fatto» e «fato». Restano tre punti. La lunghezza delle vocali conta come le doppie: おばあさん è nonna, おばさん è zia, e l’italiano non è abituato a distinguerle. La ら giapponese è una r battuta leggera, tra la tua r e la tua l. E l’accento non è di forza ma di altezza: le sillabe vanno pronunciate tutte con la stessa durata, senza allungare quella accentata come si fa in italiano.

Pronuncia: le coppie che contano

Perché tante parole giapponesi suonano uguali?

Perché il giapponese ha pochi suoni diversi e ha preso molte parole dal cinese, che ne aveva molti di più: passando al giapponese, tante sillabe cinesi diverse sono diventate uguali. こうこう può essere 高校(こうこう), liceo, o 孝行(こうこう), rispetto per i genitori. Parlando aiutano il contesto e a volte l’intonazione; scrivendo li separano i kanji. È uno dei motivi per cui i kanji non sono un ostacolo ma una chiave.

I kanji e le loro letture

Che cosa sono parole come ドキドキ e ぺこぺこ?

Sono parole che imitano un suono o descrivono una sensazione con un suono, spesso ripetuto: ドキドキ è il cuore che batte forte per l’emozione o la paura, ぺこぺこ è la fame che si sente nella pancia. L’italiano ne ha qualcuna — «tic tac», «bla bla» — il giapponese ne ha centinaia e le usa anche nella lingua seria, per descrivere come si muove, si sente o appare qualcosa. Imparale una alla volta nelle frasi in cui le trovi, perché tradotte parola per parola non dicono niente.

Le liste di parole

Come smetto di sembrare tradotto?

Imparando le frasi fatte come blocchi, non costruendole da te. よろしくお願(ねが)いします, お疲(つか)れさまです, いただきます non hanno un equivalente italiano preciso e non si ricavano dalla grammatica: si dicono in un momento preciso, e tacerle suona strano. Lo stesso vale per le combinazioni di parole: in giapponese il bagno si «entra» (お風呂(ふろ)に入(はい)る), non si «fa», e la medicina si «beve». Ascolta che cosa dicono i giapponesi in una situazione e ripetilo, invece di tradurre quello che diresti tu.

Frasi fatte ed espressioni

Questo sito

Da dove viene il materiale, per chi è e che cosa non è.

Posso usare il sito partendo da zero?

Sì. La grammatica comincia dall’hiragana e dal katakana, ogni spiegazione è scritta in italiano, ogni kanji in ogni frase giapponese porta la sua lettura, e ogni tema dice a quale livello appartiene — quindi puoi restare a N5 finché non ti senti sicura o sicuro e andare avanti quando lo sei. Per cominciare non serve conoscere un solo kanji.

La grammatica, livello per livello

Da dove viene il materiale di questo sito?

Ogni spiegazione, frase di esempio, lista di parole ed esercizio è stato scritto per questo sito, e le spiegazioni in italiano sono pensate per chi parla italiano, non tradotte da un’altra lingua. Niente viene da un libro di testo, da una grammatica, da un dizionario, da un mazzo di schede o da un altro sito — nemmeno un elenco di parole per livello, perché anche la scelta e l’ordine di un elenco sono protetti. Per questo i livelli di parole e temi sono un giudizio del sito, e lo dicono.

Questo sito prepara a un esame di giapponese?

No, ed è un dato di fatto, non modestia. Il sito non ha legami con chi organizza o corregge esami, non segue nessun programma ufficiale e non promette niente su un risultato. Spiega, dà esempi e fa domande. Quello che pratichi qui è la stessa lingua che si usa ovunque; ma se ti serve un certificato, viene da chi lo rilascia, non da qui.