Imparare lo spagnolo: domande frequenti
34 domande che ci si pone davvero imparando la lingua, con risposte che stanno in piedi da sole. Dove c’è di più da dire, il collegamento viene sotto — non al posto della risposta.
Cominciare
Da dove partire, quanto ci vuole, che cosa significano i livelli e perché capire non basta.
Da dove si comincia a studiare lo spagnolo?
Da tre cose insieme, non una dopo l’altra: la scelta tra ser e estar, il presente dei verbi di tutti i giorni e l’abitudine di dire frasi intere ad alta voce. La prima conta subito, perché l’italiano ha un solo «essere» e lo spagnolo ne ha due, già dalla prima frase. La terza conta più per un italiano che per chiunque altro: chi capisce quasi tutto leggendo è tentato di non parlare mai, e poi scopre che la frase che esce è italiano con le desinenze cambiate.
Lo spagnolo è facile per un italiano?
Da capire, sì, più di quasi qualsiasi altra lingua: il lessico di base è in gran parte comune, la frase si costruisce nello stesso ordine, il soggetto si può omettere come in italiano e la doppia negazione funziona allo stesso modo (no he visto nada, «non ho visto niente»). Da parlare bene, meno di quanto sembri, e proprio per questo: la somiglianza fa andare a orecchio, e l’orecchio italiano sbaglia in punti precisi — un solo ausiliare, haber, anche dove l’italiano usa «essere»; due verbi per «essere»; la a davanti alle persone; parole identiche che vogliono dire altro. Conviene sapere fin dall’inizio che la difficoltà sta lì.
Che cosa significano A1, A2, B1, B2, C1 e C2?
Sono i sei livelli di una scala europea, dalle prime frasi (A1) alla padronanza senza sforzo (C2). Le sigle si possono usare liberamente; le descrizioni ufficiali di ogni livello sono protette dal diritto d’autore, e questo sito di proposito non le riporta. Quello che c’è qui è una classificazione propria del materiale, con un criterio dichiarato: non ci si chiede quanto sia difficile una parola, ma da quando non se ne può più fare a meno. la abuela sta in A1 perché tutti ne hanno una; el sesgo è corta e sta molto più in alto, perché si può vivere a lungo senza averne bisogno.
Quanto tempo ci vuole per imparare lo spagnolo?
Una cifra onesta in ore non esiste, e chi ne dà una come un fatto se l’è inventata: dipende da quanto si pratica, da che cosa si sa già e da che cosa si vuole fare con la lingua. Due cose si possono dire. Chi parla italiano arriva molto presto a capire un testo scritto o una conversazione lenta. Il tratto che richiede più tempo è un altro: smettere di tradurre dall’italiano parola per parola, cioè passare da uno spagnolo comprensibile a uno spagnolo corretto.
Capisco lo spagnolo ma non riesco a parlarlo. Perché?
Perché capire e parlare sono due abilità diverse, e la vicinanza tra le due lingue allena solo la prima. Quando si legge, l’italiano riempie i vuoti da solo; quando si parla, non c’è nulla da riempire, e la parola spagnola deve venire fuori dalla memoria. Serve quindi l’esercizio nella direzione opposta: partire dalla frase italiana e produrre quella spagnola, a voce, senza guardare. Leggere molto aiuta, ma non sostituisce questo passaggio.
Grammatica
I punti in cui lo spagnolo somiglia all’italiano solo in apparenza.
Qual è la differenza tra ser ed estar?
Entrambi sono «essere». ser dice che cosa una cosa è: professione, origine, carattere, ora, materiale. estar dice come o dove si trova in quel momento: posizione, stato, salute. L’italiano «stare» aiuta a metà: estoy bien è «sto bene» e estoy comiendo è «sto mangiando». Ma dove l’italiano dice «sono a casa» o «la minestra è fredda», lo spagnolo vuole estar: estoy en casa, la sopa está fría. E la coppia più istruttiva: es aburrido è «è noioso», está aburrido è «si annoia».
Perché si dice «he ido» e non «soy ido»?
Perché nei tempi composti lo spagnolo ha un solo ausiliare, haber, per tutti i verbi: he ido («sono andato»), me he levantado («mi sono alzato»), ha muerto («è morto»). E il participio con haber non si accorda mai: la he visto, dove l’italiano dice «l’ho vista»; hemos llegado, sia per un gruppo di uomini sia per un gruppo di donne. In compenso, «avere» nel senso di possedere non è haber ma tener: tengo dos hermanos.
Passato prossimo o passato remoto: come si sceglie in spagnolo?
In Spagna la distinzione è viva nel parlato di tutti i giorni, e segue il tempo: se il periodo in cui è successo qualcosa non è ancora chiuso («oggi», «questa settimana», «quest’anno») si usa il perfecto, hoy he comido tarde; se è chiuso («ieri», «l’anno scorso») si usa l’indefinido, ayer comí tarde. Chi in italiano usa il passato prossimo per tutto tende a dire ayer he comido, che in Spagna suona sbagliato. In gran parte dell’America Latina, invece, l’indefinido si usa anche per oggi.
Indefinido o imperfecto: vale la regola italiana?
Quasi sempre sì, e qui l’italiano è un vantaggio vero. L’imperfecto corrisponde all’imperfetto: descrive, fa da sfondo, racconta abitudini. L’indefinido corrisponde al passato che racconta un fatto concluso: llovía cuando salí, «pioveva quando sono uscito». Chi sceglie come sceglierebbe in italiano tra «pioveva» e «è piovuto» di solito sceglie giusto. L’attenzione serve soprattutto con i verbi che cambiano senso tra i due tempi: conocía a Ana è «conoscevo Ana», conocí a Ana è «ho conosciuto Ana».
Perché si dice «veo a María»?
Perché in spagnolo il complemento oggetto che indica una persona precisa prende la preposizione a: veo a María, busco a mi hermano, quiero a mis hijos. Con le cose non c’è: veo la casa. L’italiano non ha nulla di simile, e per questo è uno degli errori che si notano di più. Dopo tener la a di solito non si mette: tengo dos hermanos.
«Credo che venga»: in spagnolo ci vuole il congiuntivo?
No, ed è la trappola più comune per un italiano. Lo spagnolo usa il congiuntivo in molti dei casi in cui lo usa l’italiano — desideri, sentimenti, para que — ma non dopo i verbi di opinione affermativi: creo que viene, pienso que tiene razón, con l’indicativo. Il congiuntivo arriva quando l’opinione è negata: no creo que venga. Al contrario, dopo cuando riferito al futuro lo spagnolo vuole il congiuntivo dove l’italiano non lo mette: cuando llegues, llámame, «quando arrivi, chiamami».
Si può dire «si tendré tiempo»?
No. Nel periodo ipotetico lo spagnolo non mette mai il futuro dopo si: dove l’italiano dice «se avrò tempo, verrò», lo spagnolo dice si tengo tiempo, iré, con il presente. Per l’ipotesi poco probabile la corrispondenza con l’italiano è invece buona: «se avessi tempo, verrei» è si tuviera tiempo, iría. Un’eccezione apparente: quando si introduce una domanda indiretta, come l’italiano «se» in «non so se verrà», il futuro va bene: no sé si vendrá.
«Mi piace» e «me gusta» funzionano allo stesso modo?
Sì, e questa volta l’italiano porta dritto alla risposta giusta: la cosa che piace è il soggetto, e il verbo si accorda con lei. me gusta el café, me gustan los libros, come «mi piace», «mi piacciono». Una differenza c’è: la forma doppia a mí me gusta, che in italiano scolastico si evita («a me mi piace»), in spagnolo è del tutto corretta e molto usata, e serve a mettere in rilievo la persona.
Perché «glielo do» diventa «se lo doy»?
Perché anche lo spagnolo, come l’italiano, trasforma il primo di due pronomi quando si incontrano, solo in un altro modo. In italiano «gli» più «lo» diventa «glielo»; in spagnolo le più lo diventa se lo: se lo doy, mai le lo doy. Lo stesso vale al plurale e al femminile: se las mando, «gliele mando». L’ordine è quello italiano: prima la persona, poi la cosa.
Por o para? In italiano è sempre «per».
Per questo va imparato come una scelta nuova. por guarda indietro, alla causa, al motivo, al passaggio, allo scambio; para guarda avanti, allo scopo, alla destinazione, al destinatario, alla scadenza. «Grazie per» è gracias por, «passo per Roma» è paso por Roma; «parto per Madrid» è salgo para Madrid, «è per te» è es para ti. La prova: se la domanda naturale è «perché?», por; se è «a che scopo?», para.
«Voy a comer» vuol dire «vado a mangiare»?
Solo a volte. ir a più infinito è il modo più comune di parlare di ciò che si farà: voy a comer è per lo più «sto per mangiare» o semplicemente «mangerò», anche senza spostarsi di un metro. Mañana voy a llamar a Luis è «domani chiamo Luis». L’italiano «vado a mangiare», con lo spostamento, si può dire allo stesso modo, e il contesto chiarisce; ma chi traduce sempre con «vado a» perde il senso della forma più frequente del futuro parlato.
Come si dà del Lei in spagnolo?
Con usted e la terza persona del verbo, esattamente come in italiano: ¿usted habla inglés?, «Lei parla inglese?». A differenza di «Lei», usted non è femminile e ha un plurale proprio, ustedes, sempre con la terza persona plurale. In Spagna, poi, si passa spesso al tú prima di quanto si farebbe in Italia, anche con sconosciuti della stessa età; in caso di dubbio usted non offende nessuno.
Lessico e pronuncia
Quali parole prima, come ricordarle, di quali diffidare e come dirle.
Quante parole spagnole bisogna imparare?
Nessuna cifra è onesta, perché dipende da che cosa si vuole fare e da che cosa vuol dire «sapere» una parola. Per chi parla italiano la domanda utile è un’altra: quali parole non si indovinano. Molte si riconoscono da sole (la familia, la ciudad, comprar), ma proprio tra le più frequenti ci sono quelle diverse: trabajar, todavía, ya, quedar, echar, sin embargo. Sono quelle da imparare per prime.
Come si ricordano le parole a lungo?
Ripassandole a intervalli sempre più lunghi, e facendosele chiedere invece di rileggerle. Chi rilegge una lista riconosce le parole; chi deve tirarle fuori dalla memoria fa lo sforzo che serve per parlare. Questo sito le distribuisce in cinque caselle: ciò che si sa torna dopo giorni e poi settimane, ciò che si sbaglia torna il giorno dopo. Più di qualsiasi metodo conta però imparare la parola dentro una frase, non come coppia in una tabella.
Quali sono i falsi amici tra spagnolo e italiano?
Parole che sembrano italiane e dicono altro, e tra due lingue così vicine sono tante. burro è «asino» (il burro è la mantequilla); salir è «uscire» («salire» è subir); todavía è «ancora», non «tuttavia»; guardar è «conservare, mettere via» («guardare» è mirar); largo è «lungo» («largo» è ancho); el vaso è «il bicchiere»; el caldo è «il brodo». E il più famoso: embarazada vuol dire «incinta», non «imbarazzata», che è avergonzada.
Perché lo spagnolo dice «tener razón» e non «haber razón»?
Perché ogni lingua abbina i verbi ai nomi a modo suo, e tra spagnolo e italiano gli abbinamenti coincidono spesso ma non sempre. «Avere ragione» è tener razón, perché «avere» nel senso di possedere è sempre tener. «Fare una passeggiata» è dar un paseo, «dare un’occhiata» è echar un vistazo, e dove l’italiano dice «fare colazione» o «fare la doccia» lo spagnolo usa un verbo solo: desayunar, ducharse. Regole non ce ne sono: le coppie si imparano come blocchi.
Bisogna imparare a memoria i verbi irregolari?
Sì, e un italiano ha il vantaggio di sapere già che cosa vuol dire: anche in spagnolo gli irregolari sono i verbi più frequenti, e cambiano in tutta la coniugazione. Alcuni hanno un passato irregolare che ricorda il passato remoto italiano — tuve, hice, puse, dije, come «ebbi, feci, posi, dissi» —; altri cambiano la vocale della radice quando è accentata, quiero ma queremos, puedo ma podemos. Conviene impararli presto, ad alta voce, forma per forma.
Come si pronunciano j, z, ll e le altre lettere nuove?
La j, e la g davanti a e e i, è un suono aspirato e ruvido che nasce in fondo alla gola: jamón, gente. La z, e la c davanti a e e i, in gran parte della Spagna si pronuncia come il th inglese di «think». La ll per la maggior parte dei parlanti suona come la y, vicina alla «i» di «ieri». Il resto è familiare: ñ è «gn», ch è la «c» di «cena», que e qui sono «che» e «chi». Due abitudini italiane da lasciare: la s tra due vocali resta sorda, e casa si dice con la «s» di «sole»; e le doppie spariscono, mamá, gato, atención — l’opposizione che conta è solo quella tra r e rr, pero e perro. b e v, infine, hanno lo stesso suono.
Perché lo spagnolo scrive tanti accenti?
Perché l’accento grafico spagnolo segnala ogni sillaba tonica che si discosta dalla regola, non solo quella finale come in italiano. La regola: una parola che finisce in vocale, n o s porta l’accento sulla penultima sillaba, le altre sull’ultima; tutto ciò che fa diversamente si scrive con l’accento, café, árbol, música. Un altro gruppo di accenti distingue parole uguali: tú e tu, sí e si, e le parole interrogative, qué, cómo, dónde.
A che cosa servono ¿ e ¡ all’inizio della frase?
Annunciano fin dalla prima parola che la frase è una domanda o un’esclamazione. In spagnolo, come in italiano, una domanda ha spesso lo stesso ordine di una frase affermativa, e la differenza la fa solo l’intonazione: il segno iniziale dice a chi legge ad alta voce come impostarla. Si apre dove comincia la domanda, non per forza a inizio frase: Y tú, ¿qué piensas?
Spagna o America Latina
Quale spagnolo si impara, e se è davvero una scelta.
Meglio lo spagnolo di Spagna o quello dell’America Latina?
È la stessa lingua, e chi ne impara una varietà capisce l’altra. Le differenze si possono elencare: in America Latina non c’è vosotros, e al suo posto si usa ovunque ustedes; la z e la c davanti a e e i si pronunciano come una s; e alcune parole di tutti i giorni cambiano (coche e carro, zumo e jugo, ordenador e computadora). Questo sito scrive lo spagnolo di Spagna e indica la forma americana dove è diversa.
Perché in Argentina si dice vos invece di tú?
Perché lì si è conservata una forma di tu più antica. vos ha desinenze proprie — vos hablás, vos tenés, vos vivís —, con l’accento sull’ultima sillaba e senza cambio della vocale nella radice. Non è una forma trascurata né solo familiare: in Argentina, in Uruguay e in parte dell’America Centrale è il modo normale di dare del tu. Chi usa tú viene capito dappertutto.
Coger è davvero una parola da evitare?
In Spagna no, in buona parte dell’America Latina sì. Lì ha un senso volgare, e al suo posto si dice tomar o agarrar. In Spagna coger el autobús è il modo più normale di dire «prendere l’autobus», e nessuno ci fa caso. tomar va bene ovunque: chi non vuole pensarci usa quello.
Questo sito
Quanto costa, che cosa salva, che cosa non è.
Si può cominciare qui da zero?
Sì. La grammatica parte da ser ed estar, dal presente e dal genere dei nomi; tutte le spiegazioni sono in italiano, e ogni tema dice a quale livello appartiene. Si può restare in A1 finché ci si sente sicuri e passare al livello successivo quando è il momento.
Quanto costa questo sito?
Niente. Tutti i contenuti sono accessibili senza registrazione e senza pagamento, e non esiste una versione che ne contenga di più. Ciò che potrà aggiungersi un giorno è un abbonamento facoltativo per qualcosa in più: nulla di ciò che oggi è libero verrà chiuso per questo.
Questo sito salva i miei dati?
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Da dove vengono i contenuti di questo sito?
Sono scritti per questo sito. Nessun testo, nessuna lista di parole, nessuna frase di esempio e nessun esercizio è preso da una raccolta altrui, tradotto o riassunto. Non è cortesia ma una condizione: una lista compilata da qualcuno è protetta anche quando le singole parole non appartengono a nessuno.
Il sito funziona anche senza internet?
Sì, dopo la prima visita. Ciò che si è aperto una volta resta sul dispositivo, e nella pagina degli esercizi c’è un pulsante che scarica in anticipo tutto il resto; da lì in poi si lavora senza rete, esercizi e progressi compresi. Quello che senza rete può non funzionare è la lettura ad alta voce su alcuni dispositivi: certi browser prendono la voce dalla rete.
Questo sito prepara al DELE?
No, e non per modestia: non segue il programma di nessun esame ufficiale e nessun ente certificatore lo riconosce. Spiega e fa esercitare. Chi ha bisogno di un certificato lo ottiene presso un centro d’esame; quello che si pratica qui aiuta, ma non lo sostituisce.