Da leggere se ti va: niente da studiare
Lo spagnolo: un breve ritratto
Da dove viene lo spagnolo, come è arrivato in mezzo mondo, com’è la sua scrittura e che cosa sorprende chi parla italiano.
- Famiglia
- indoeuropea, lingue romanze, gruppo iberico
- Scrittura
- alfabeto latino, 27 lettere, con la ñ
- Lingua ufficiale in
- Spagna, Messico, gran parte dell’America centrale e meridionale, Guinea Equatoriale: una ventina di paesi
- Madrelingua
- circa 500 milioni
- Paese con più parlanti
- il Messico
- Due nomi
- español e castellano, usati tutti e due
- Chi fissa le regole
- le accademie della lingua dei vari paesi, che lavorano insieme
Da dove viene
Lo spagnolo è una lingua romanza, figlia del latino come l’italiano, il portoghese, il catalano e il francese. Il latino arrivò nella penisola iberica con la conquista romana, iniziata alla fine del III secolo a.C., e nei secoli prese il posto quasi ovunque delle lingue che vi si parlavano prima. L’unica sopravvissuta è il basco, che non è imparentato con nessun’altra lingua conosciuta.
Il nome castellano ricorda dove è nato: in Castiglia, un piccolo territorio del nord che nel Medioevo diventò un regno e si allargò verso sud. Con il regno si allargò la sua lingua, che finì per diventare quella di tutto il paese. Ancora oggi molti parlanti chiamano la loro lingua castellano invece di español, soprattutto in America e nelle regioni spagnole che hanno anche un’altra lingua.
La storia, in breve
Dal 711 gran parte della penisola fu sotto dominio arabo, e per quasi otto secoli il castigliano visse accanto all’arabo. Ne ha ricevuto migliaia di parole, molte delle quali cominciano con «al», l’articolo arabo rimasto incollato al nome: almohadacuscinoalcaldesindacoalfombratappeto
Nel XIII secolo il re Alfonso X fece scrivere in castigliano, e non più in latino, leggi, cronache e opere di scienza, e la lingua diventò anche lingua di cultura. Nel 1492 Antonio de Nebrija pubblicò la prima grammatica dello spagnolo, una delle prime di una lingua europea moderna; nello stesso anno Colombo arrivò in America.
Nei secoli seguenti lo spagnolo si diffuse in gran parte delle Americhe. Nel 1713 fu fondata a Madrid la Real Academia Española; oggi le accademie della lingua dei vari paesi lavorano insieme e pubblicano in comune la grammatica, l’ortografia e il dizionario.
Dove si parla oggi
Lo spagnolo è lingua ufficiale in Spagna, in Messico, in quasi tutti i paesi dell’America centrale e meridionale (il Brasile è la grande eccezione), a Cuba, nella Repubblica Dominicana e a Porto Rico, e in Africa nella Guinea Equatoriale. Negli Stati Uniti decine di milioni di persone lo parlano in casa. Il paese con più parlanti non è la Spagna, ma il Messico.
Le differenze fra Spagna e America si sentono subito. In quasi tutta la Spagna la z, e la c davanti a «e» e «i», si pronunciano come il «th» inglese di «think», mentre in America, nelle Canarie e in parte dell’Andalusia suonano come una s. In Spagna per dire «voi» si usa vosotros, in America sempre ustedes; in Argentina, in Uruguay e in altre zone al posto di tú si usa vos, con forme verbali proprie: vos sos invece di tú eres.
Cambiano anche le parole: la macchina è coche in Spagna e spesso carro in America, il computer ordenador o computadora, il succo di frutta zumo o jugo. Chi ha imparato una delle varianti capisce le altre senza problemi.
Come si scrive
Lo spagnolo usa l’alfabeto latino con una lettera in più, la ñ. Nasce dai copisti medievali, che per risparmiare spazio scrivevano una doppia nn come una sola n con un segno sopra: quel segno è la tilde, e la lettera è diventata così tipica da essere il simbolo stesso della lingua. Fino a pochi anni fa anche ch e ll contavano come lettere a sé; dal 2010 non più, ma si pronunciano come prima.
L’ortografia è molto regolare: quasi ogni parola si legge come si scrive. L’accento scritto segna la sillaba accentata quando non è quella prevista dalle regole (café, árbol, música) e distingue alcune parole uguali: el «il» e él «lui», mas «ma» e más «più».
Il segno più curioso per un italiano sono i punti interrogativi ed esclamativi rovesciati all’inizio della frase: ¿Dónde vives?, ¡Qué bien! Li ha introdotti l’Accademia nel Settecento: in spagnolo una domanda spesso non si riconosce dall’ordine delle parole, e chi legge ad alta voce deve sapere fin dall’inizio che tono usare.
Parole in prestito
Dalle lingue native dell’America lo spagnolo ha preso parole che poi ha passato a tutta l’Europa, italiano compreso: tomate, chocolate e aguacate vengono dal nahuatl, la lingua degli Aztechi; huracán dal taíno dei Caraibi; cóndor e llama dal quechua delle Ande. Anche la nostra «patata» è arrivata attraverso lo spagnolo.
L’italiano deve allo spagnolo «complimento», da cumplimiento, «sussiego», da sosiego, e più di recente «golpe» e «movida». Lo spagnolo ha preso dall’italiano, ai tempi del Rinascimento, parole come soneto, fachada e centinela, e oggi quelle della cucina, come espagueti.
Che cosa sorprende chi parla italiano
Lo spagnolo sembra facilissimo a un italiano, e all’inizio lo è: moltissime parole sono quasi uguali, e una conversazione semplice si capisce presto. Proprio questa somiglianza nasconde le trappole più insidiose, i falsi amici. Alcuni dei più noti: burroasinosaliruscirelargolungoembarazadaincinta
Il verbo «essere» si sdoppia: ser dice che cosa una cosa è, estar come o dove si trova (es alto, «è alto»; está cansado, «è stanco»). E il passato ha due forme dove l’italiano parlato del nord ne usa spesso una sola: ayer comí, ma hoy he comido.
Altre piccole sorprese: davanti a un complemento oggetto di persona ci vuole la preposizione «a» (veo a María, «vedo Maria»); b e v si pronunciano allo stesso modo; la j è un suono aspro in fondo alla gola, come in jamón; e la doppia rr vibra più a lungo della r semplice.