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Da leggere se ti va: niente da studiare

Il tedesco: un breve ritratto

Da dove viene il tedesco, dove si parla oggi, com’è nata la sua scrittura e che cosa sorprende chi parla italiano.

Famiglia
indoeuropea, ramo germanico occidentale
Scrittura
alfabeto latino, più ä, ö, ü e ß
Lingua ufficiale in
Germania, Austria, Liechtenstein; accanto ad altre lingue in Svizzera, Lussemburgo e Belgio
In Italia
lingua ufficiale accanto all’italiano in provincia di Bolzano
Diffusione
la lingua madre più diffusa nell’Unione europea
Grammatica
tre generi e quattro casi
Regole ortografiche
un consiglio comune ai paesi di lingua tedesca

Da dove viene

Il tedesco è una lingua germanica, come l’inglese, l’olandese, il danese, lo svedese e il norvegese. Tutte discendono da una lingua comune che non ha lasciato testi scritti e che i linguisti ricostruiscono confrontando le sue figlie. Insieme alle lingue romanze, slave, celtiche e a molte altre appartiene alla grande famiglia indoeuropea: per questo Mutter, drei e Nacht somigliano ancora a «madre», «tre» e «notte».

Che cosa separa il tedesco dai suoi parenti più stretti? Soprattutto un cambiamento di suoni avvenuto nell’alto Medioevo nel sud dell’area germanica, la cosiddetta seconda mutazione consonantica. Dove l’inglese dice «water», «apple» e «ten», il tedesco dice Wasser, Apfel e zehn. I dialetti del nord, il basso tedesco, non hanno partecipato a questo cambiamento e sono rimasti per questo più vicini all’olandese.

La storia, in breve

Il tedesco antico (Althochdeutsch), dall’VIII secolo circa, è una lingua di monasteri: i primi testi sono glosse e traduzioni di testi religiosi latini. Il tedesco medio (Mittelhochdeutsch), fra il XII e il XIV secolo, è la lingua dei poemi cavallereschi e della Canzone dei Nibelunghi.

La svolta arriva con la stampa e con la Riforma. Martin Lutero traduce la Bibbia in un tedesco che vuole comprensibile a tutti (il Nuovo Testamento esce nel 1522), e i libri stampati diffondono una lingua scritta comune in un territorio diviso in decine di stati, ciascuno con il suo dialetto.

Nell’Ottocento la lingua viene fissata da dizionari e grammatiche: nel 1880 Konrad Duden pubblica il suo dizionario ortografico, e il nome Duden è ancora oggi sinonimo di «come si scrive correttamente». Nel 1901 una conferenza stabilisce regole comuni per tutti i paesi di lingua tedesca; l’ultima grande riforma dell’ortografia risale al 1996, con ritocchi negli anni successivi.

Dove si parla oggi

Il tedesco è la lingua di Germania, Austria e Liechtenstein, una delle lingue ufficiali di Svizzera, Lussemburgo e Belgio, e in Italia è lingua ufficiale accanto all’italiano in Alto Adige. Comunità di lingua tedesca vivono anche nell’Europa orientale e nelle Americhe, dove sono arrivate con l’emigrazione.

Non esiste un solo tedesco standard, ma tre varianti riconosciute: quella di Germania, quella d’Austria e quella di Svizzera. Le differenze stanno soprattutto nel lessico. In Austria gennaio è Jänner e non Januar, le patate sono Erdäpfel e l’albicocca è Marille; in Svizzera la bicicletta si chiama Velo. Gli svizzeri, poi, non usano la ß: scrivono sempre ss.

Accanto alla lingua standard vivono dialetti molto diversi fra loro, dal bavarese al basso tedesco del nord. Nella Svizzera tedesca il dialetto (Schweizerdeutsch) è la lingua di tutti i giorni, mentre il tedesco standard si usa soprattutto per scrivere e nelle occasioni formali: chi lo ha imparato a scuola capisce bene una conversazione a Berlino, molto meno una a Zurigo.

Come si scrive

Il tedesco usa l’alfabeto latino, arrivato con i missionari cristiani, più tre vocali con la dieresi (ä, ö, ü) e la ß. I due puntini erano in origine una minuscola «e» scritta sopra la vocale: ä nasce da ae, e ancora oggi, se la tastiera non li ha, si può scrivere Mueller per Müller.

La ß, chiamata Eszett o «s aguzza», è nata dall’unione di due lettere, una s lunga e una z o una seconda s, e si usa dopo una vocale lunga o un dittongo: Straße, heißen. Per secoli è esistita solo minuscola; dal 2017 le regole ammettono anche la maiuscola ẞ.

Una particolarità che si nota subito: in tedesco tutti i sostantivi si scrivono con la maiuscola, der Tisch, die Freiheit, das Essen. L’uso si è affermato fra il Cinquecento e il Settecento ed è rimasto fino a oggi. Fino alla metà del Novecento, inoltre, libri e giornali si stampavano spesso in caratteri gotici (Fraktur), che oggi si vedono quasi solo sulle insegne e sulle testate dei giornali.

Parole in prestito, nelle due direzioni

L’italiano ha preso dal tedesco parole come «würstel», «strudel», «kitsch», «bunker» e «diktat», e musica e filosofia hanno portato in giro per il mondo Leitmotiv, Zeitgeist e Weltanschauung. L’inglese usa Kindergarten e Angst come parole proprie.

Nell’altra direzione, il tedesco deve all’italiano soprattutto il lessico del commercio e della banca, nato nelle città mercantili del tardo Medioevo: Konto, Kasse, Bank, Saldo, brutto e netto. Dall’italiano vengono anche molti termini musicali, come Sonate e Oper, e più di recente quelli della cucina, dalla pizza all’espresso.

Oggi il prestito più vivace viene dall’inglese: Meeting, Laptop, downloaden. A volte il tedesco inventa parole che sembrano inglesi e non lo sono: il telefono cellulare si chiama Handy, una parola che un inglese non userebbe in questo senso.

Che cosa sorprende chi parla italiano

I generi sono tre, e il neutro non ha un corrispondente in italiano. Spesso il genere tedesco non è quello che ci si aspetta: il sole è femminile, die Sonne, la luna è maschile, der Mond, e la ragazza è neutra, das Mädchen, perché le parole in -chen sono tutte neutre. Per questo conviene imparare ogni nome insieme al suo articolo.

Il verbo ha posti fissi. Nella frase principale la forma coniugata sta al secondo posto, ma nelle secondarie scivola in fondo: Ich weiß, dass er morgen kommt. Molti verbi poi si spezzano in due, e il prefisso finisce alla fine della frase: Ich rufe dich morgen an significa «ti chiamo domani».

Le parole composte si formano unendo i pezzi in una sola parola, e l’ultimo pezzo decide il genere: der Handschuh, il guanto, è letteralmente una «scarpa della mano». Una parola lunga spaventa meno quando si impara a smontarla.

La pronuncia, invece, è più regolare di quanto sembri: si legge quasi tutto come si scrive. Le trappole per un italiano sono poche e sempre le stesse: la w si pronuncia come la v italiana, la v spesso come una f, la z come «ts» e sch come la «sc» di «scena».